Pensioni e fine bazooka Bce: conti pubblici a rischio

26 ottobre 2017, di Daniele Chicca

Tra il governo che non ha intenzione di allungare l’età pensionabile nonostante lo impongano la revisione al rialzo delle aspettative di vita e un necessario adeguamento dei conti pubblici, e la Bce che sta per staccare la spina al bazooka monetario che fa fuoco da diversi anni sostenendo la qualità del credito governativo italiano, per l’Italia è un periodo molto delicato, di svolta. È ora che si gioca la crescita e il miglioramento delle condizioni lavorative nei prossimi anni. La Bce intende ridimensionare la mole di acquisti di Bond e l’anno prossimo c’è da attendersi la fine del Quantitative Easing.

La posizione delicata dell’Italia è dovuta ai soliti fattori principali: debito pubblico ‘monstre’ e ingovernabilità. L’intera area euro è chiamata a un test cruciale quando la Bce inizierà a ridurre e poi mettere in soffitta il suo programma monetario ultra accomodante, ma un paese su tutti rischia di perdere più soldi: l’Italia. Christian Schulz, economista specializzato sull’Europa di Citigroup, dice che la fine del Quantitative Easing arriva in un periodo sfavorevole per l’Italia.

“In questo momento l’incertezza politica sta crescendo” e il piano di uscita dalle misure di stimolo monetario straordinarie della Bce rende la situazione “molto più difficile per l’Italia rispetto agli altri paesi”. Roma siede su una montagna di debiti e con le elezioni in programma nella primavera 2018 sarà difficile convincere a investire nei titoli di Stato italiani sapendo che nei prossimi anni verrà a mancare l’appoggio della Banca centrale europea.

Significa che i rendimenti sono destinati a salire, così come lo Spread, strozzando sul nascere la ripresa dell’economia italiana. “L’immensa mole di debito rende il paese più sensibile ai rialzi dei tassi di interesse rispetto a quei paesi che hanno debiti più contenuti”, ricorda Schulz.

Fine QE costerà all’Italia 25 miliardi nei prossimi tre anni

Dopo aver giovato delle misure di stimolo straordinario della Bce, che ha comprato miliardi di euro di Bond al mese per facilitare le condizioni creditizie e alleggerire la pressione sui paesi membri più in difficoltà, come l’Italia, dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani, per l’Italia è giunto il momento di fare i conti con la dura realtà. Finite, o per lo meno ridimensionate, le droghe monetarie iniettate da Mario Draghi, il Tesoro dovrà far fronte a circa 25 miliardi di euro di costi in più da qui al 2020.

Per tre anni il programma di Quantitative Easing della Bce ha infatti contribuito a contenere lo Spread tra Btp italiani e Bund tedeschi decennali sotto il 2%, consentendo allo Stato italiano di risparmiare miliardi di euro in interessi sulle operazioni di rifinanziamento del debito pubblico. La Germania, spesso criticata dagli euroscettici ma non solo, per il suo “egoismo” e grande avanzo commerciale, in questo caso si è a tutti gli effetti fatta carica del rischio Italia. Draghi farà di tutto per attuare un piano di rientro morbido e graduale, ma non si può prevedere esattamente come reagiranno i mercati.

Come sottolinea anche La Stampa il bilancio della Banca centrale europea “non può crescere all’infinito, pena la creazione di bolle speculative: ha superato i quattro trilioni di attivi e diventerà grande come quello della Federal Reserve americana. La drastica riduzione del livello degli acquisti dagli attuali 60 miliardi di euro al mese significa rinunciare all’ombrello che ci ha protetto dalle intemperie, dentro e fuori casa: dalla Brexit al (fallito) referendum costituzionale, dalla crisi di Mps e delle banche venete alla paura per il voto francese“.

Resta da vedere chi formerà il prossimo governo e come affronterà la questione spinosa del contenimento delle spese pubbliche e della gestione delle finanze. A questo proposito un altro ostacolo riguarda l’incertezza che porteranno con sé le prossime elezioni italiane. “Se i partiti (tutti quanti) realizzassero quel che vanno raccontando in termini di maggiore spesa pubblica, il disastro sarà dietro l’angolo”, avverte il quotidiano tornese.

Delle stime esistono già: nella nota di aggiornamento del Def vengono citati due scenari pessimistici. Se i mercati si concentreranno sui titoli più sicuri (come i Bund) aumentando il costo del premio di rischio dei Btp, allora lo spread italiano salirebbe di 200 punti in pochi mesi per rimanere su quei livelli fino a metà del 2019. Se così fosse, la spesa per interessi si mangerebbe l’avanzo primario (la differenza fra entrate e spese al netto di quella per interessi) dell’1,1% entro il 2020, circa 20 miliardi di euro; la crescita perderebbe mezzo punto nel 2019 e nel 2020.

Nello scenario più pessimista l’ufficio di bilancio parlamentare si spinge fino ad avvertire di uno shock dello Spread in stile 2011, in gran parte dovuto all’instabilità politica. Anche se la nuova legge elettorale Rosatellum bis che dovrebbe essere approvata in via definitiva anche dal Senato dopo il si della Camera riduce i rischi, i sondaggi non sono confortanti. Chi si aspetta una coalizione forte si sbaglia. Non c’è alcuna maggioranza possibile, nemmeno di un “inciucio” tra il Pd di Renzi e Forza Italia o tra il MoVimento 5 Stelle e la Lega Nord (che negli ultimi tempi hanno votato spesso all’unisono).

L'Italia è tra i paesi che in Eurozona ha beneficiato maggiormente del piano di acquisti di Bond della Bce

Blocco età pensionabile avrebbe costi “insostenibili” per l’Italia

In questo contesto i tecnici del ministero del Tesoro anticipano che la crescita potrebbe contrarsi di un decimale nel 2018, di otto nel 2019 e di quasi un punto percentuale nel 2020. Per effetto dell’aumento dei tassi, l’avanzo primario scenderebbe di un decimale nel 2018, di mezzo punto nel 2019 e dell’1,5 per cento nel 2020: al cambio sono poco più di 25 miliardi di euro. D’altronde questi soldi misurano in un certo senso la voragine di competitività ed efficienza che si è formato e mai colmato tra l’Italia e la Germania negli ultimi anni. Con l’addio degli stimoli monetari della Bce quella differenza sarà ancora più evidente.

Sul capitolo caldo delle pensioni ieri Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha avvertito che bloccare l’allungamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019 – come hanno proposto alcuni esponenti di spicco del governo da Giuliano Poletti a Cesare Damiano – avrebbe un impatto deleterio sui conti pubblici, quantificato in 141 miliardi di euro.

L’adeguamento dell’età pensionabile avviene in automatico e sottoporlo al giudizio e volere dei partiti politici sarebbe uno sbaglio che rischiamo di pagare grosso. Ne va della credibilità del nostro paese, terza forza economica dell’area euro ma anche secondo maggiore debito pubblico dopo la Grecia. “L’impatto sarebbe molto forte sui titoli di Stato, che tra l’altro la diluizione del quantitative easing da parte della Bce renderebbe ancora più gravoso, e questo aumenterebbe ancor di più il peso dei nostri conti pubblici“, osserva La Stampa.

 “Il blocco dell’età pensionabile è qualcosa che va a interferire con gli automatismi che abbiamo introdotto nel nostro sistema”, sostiene da mesi Boeri che è tornato all’attacco parlando di costi “insostenibili”.

Boeri si riferisce all’ipotesi del governo di rimandare l’adeguamento dell’età pensionabile delle aspettative di vita. Tenendo conto che si andrà in pensione a partire dal 2021 anziché dal 2019, il presidente dell’Inps stima 141 miliardi di euro di spesa in più, che si tradurrebbero in un incremento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto di centinaia di migliaia di lavoratori verrebbe compensata solo in parte dalla riduzione dell’importo delle loro pensioni.

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