Petrolio: quanto manca al picco della domanda?

11 maggio 2016, di Gianni Silvestrini (ingegnere)

Quando si parla di prezzi del petrolio ci si concentra spesso sul lato produzione, ma ad influenzare in modo decisivo le quotazioni future del greggio sarà l’andamento della domanda.

I consumi attuali sono inferiori di 5 milioni di barili al giorno (mbg) rispetto alle previsioni della IEA del 2007. La British Petroleum prevede un rallentamento della crescita del consumo di combustibili liquidi al 2035, con un incremento del 20% rispetto al 2013.

Cina, India e Medio Oriente sarebbero responsabili di quasi tutto l’incremento della domanda. Nei paesi industrializzati, che hanno visto il picco dei consumi nel 2005, la domanda di combustibili liquidi continuerà a calare. In realtà, diversi segnali fanno ritenere che si tratta di valutazioni ottimistiche e che il picco della domanda di greggio sia invece prossimo.

I dati sul calo dei consumi di petrolio negli Stati Uniti e in Europa degli ultimi anni evidenziano come, oltre agli effetti della crisi, stiano emergendo elementi di cambiamento più strutturali.

La riduzione della mobilità automobilistica in molti paesi è accompagnata dal miglioramento delle prestazioni del parco automobilistico, con una riduzione annua media mondiale dei consumi dei nuovi mezzi del 2,5%. Inoltre, tende a crescere la mobilità elettrica e a metano/gpl.

Per finire, le centrali elettriche e i dissalatori nei paesi arabi utilizzano sempre meno l’olio combustibile. E poi c’è il rallentamento di diverse economie, a iniziare da quella cinese.

Picco domanda petrolio entro un decennio

La domanda di petrolio potrebbe dunque raggiungere un massimo entro un decennio. E l’accordo sul clima di Parigi rappresenta un’ulteriore spinta al contenimento dei consumi, in particolare se sul medio periodo venisse adottata una carbon tax.

Ma domanda debole, quotazioni del greggio basse e prezzi di estrazione alti rappresentano uno scenario da incubo, con colossali investimenti inutilizzabili. Non è un caso che diversi analisti consiglino alle multinazionali energetiche di disinvestire e di puntare su altri comparti, come quello delle rinnovabili. Un elemento di preoccupazione che si somma al rischio di non potere utilizzare le riserve a causa dei rischi climatici.

I paesi arabi, d’altra parte, hanno costi di estrazione molto bassi, ma i sussidi alla vendita interna dei carburanti (180 miliardi di $ nel 2012 per i paesi Opec) e le spese per la difesa dei pozzi richiederebbero invece prezzi elevati. Secondo le valutazioni dell’Arab Petroleun Investment Corporation, il valore da garantire nel 2013 era salito a 102 $/barile.

Viste le enormi ricchezze accumulate, l’Arabia Saudita può permettersi di tenere basso il prezzo per qualche anno, ma poi dovrà rialzarlo. Intanto, sta riducendo, come del resto molti altri paesi produttori, i sussidi al consumo della benzina. Per far fronte al calo delle entrate petrolifere, alla fine del 2015 i prezzi alla pompa sono aumentati dai precedenti 14,7 a 22 centesimi di euro per litro.

Il rallentamento della domanda sta mettendo in seria difficoltà diverse multinazionali e paesi produttori. Le esplorazioni più a rischio sono già state bloccate, tanto che alla fine del 2015 sono saltati investimenti per 380 miliardi di $ che avrebbero portato nel 2025 ad una produzione aggiuntiva di 2,9 mbg, per la metà da estrazioni in acque profonde.

I prezzi potranno risalire, ma le dinamiche questa volta saranno fortemente condizionate dagli impegni sul clima che tenderanno a rallentare i consumi, grazie agli investimenti su efficienza e rinnovabili, e che influenzeranno anche l’offerta di fossili, con la minaccia del congelamento delle riserve.

Gli impegni sulle emissioni avranno dunque un ruolo calmierante sui prezzi, rendendo più agevole l’introduzione di una carbon tax.

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