Perché non dobbiamo avere paura dello spread

28 settembre 2018, di Massimo Maria Gionso (CFO SIM)

Lo spread, come noi addetti ai lavori sappiamo, ma che raramente i media evidenziano, indica semplicemente la differenza di rendimento tra i nostri titoli di Stato decennali e quelli tedeschi. Oggi viene impropriamente utilizzato come termometro per calcolare la stabilità di un Paese e quindi, di conseguenza, il livello di rischio di chi ci deve investire.

Da un punto di vista strettamente tecnico, il dato non influisce direttamente sulla nostra economia perché prende a riferimento due Paesi diversi con economie diverse. Anche la storia dell’aumento del costo dei mutui non è un fattore automatico, ma frutto di una scelta delle banche spinte da una percezione di instabilità e incertezza.

A queste considerazioni si deve poi aggiungere che la stragrande maggioranza dei BTP del nostro Paese sono in possesso della BCE, delle banche e dei cittadini italiani. Questo è un elemento fondamentale, visto il progressivo allontanarsi degli investitori internazionali, poiché ciò che conta è che vengano piazzati in asta tutti i Titoli di Stato emessi.

Quello che a mio giudizio è fondamentale però è che il debito venga tenuto sotto controllo e non aumentato, attraverso un’azione politica efficace. È più importante prendere misure che riducano il deficit e che mettano in equilibrio le casse dello stato più che pensare alla crescita dello spread.

La situazione politica italiana è tutto sommato in linea con quella di altri Paesi Europei, per cui i mercati finanziari – possiamo dire – non sono più di tanto preoccupati per la nostra situazione, anche considerando che misure economiche vere e proprie ad oggi non ne sono state prese.

Fondamentale sarà il prossimo DEF che metterà nero su bianco quali sono le vie che il Governo vorrà percorrere, economicamente parlando.

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