Oro: debito pubblico Usa potrebbe innescare un’altra crisi

3 settembre 2018, di Joe Foster (VanEck)

Sebbene l’andamento dell’oro e delle azioni delle società aurifere sia stato negativo per un periodo più lungo di quanto ipotizzato, i rischi potenziali attualmente esistenti sui mercati finanziari indicano che gli investitori che hanno puntato su strategie di lungo periodo potrebbero vedersi ricompensati.

«L’esplosione del debito statunitense potrebbe innescare una nuova crisi. Il primo paese a farne le spese dovrebbe essere la Cina, primo detentore di titoli del Tesoro statunitense», afferma Joe Foster, Portfolio Manager e Gold Strategist di VanEck.

Sei fattori al momento depongono a favore di una nuova crisi e quindi di un andamento potenzialmente positivo dell’oro e delle azioni in società aurifere:

Attualmente i prestiti agli studenti garantiti dallo Stato ammontano a quasi 1400 miliardi di dollari USA, pari, secondo i dati di novembre del Ministero dell’Istruzione statunitense, a un gap finanziario di 36 miliardi di dollari USA. Ancora l’anno precedente il disavanzo veniva stimato in 8,4 miliardi di dollari. Secondo Foster, questo trend rappresenterebbe un onere enorme per i contribuenti.

Inoltre, nell’anno in corso la spesa per le assicurazioni sociali supererà le entrate, sebbene solo l’anno scorso si prevedesse che ciò non sarebbe avvenuto prima del 2021. «La liquidità verrà reperita presumibilmente nel 2034, a differenza di quanto stimato solo lo scorso anno», afferma l’esperto. Anche i programmi Medicare e Medicaid hanno segnalato un analogo deterioramento della situazione finanziaria.

I debiti delle imprese si attestano al 45% del prodotto interno lordo. L’ultima volta che è stata registrata questa percentuale era il 2008, anno della crisi finanziaria, e precedentemente in concomitanza con lo scoppio della bolla delle dot.com nel 2001.

Inoltre, secondo i dati del Wall Street Journal, il volume globale dei prestiti a leva avrebbe raggiunto lo scorso anno un nuovo record (1600 miliardi di dollari USA), mentre il volume delle nuove emissioni avrebbe superato il precedente picco del 2007.

«A marzo il Grant’s Interest Rate Observer ha citato un rapporto di Bianco Research secondo cui il 14,6% delle società dell’S&P sarebbero società «zombie», incapaci di pagare gli interessi passivi esistenti con l’utile al lordo di interessi e imposte», afferma Foster. Nel quarto trimestre 2007, immediatamente prima della grande recessione, tale valore si attestava al 5,7%.

In breve, sommando il deficit di bilancio degli Stati Uniti con il debito pubblico e quello delle imprese si toccherebbe, secondo i dati di Gluskin Sheff, l’esorbitante cifra di 50 000 miliardi di dollari USA, pari al 250% del prodotto interno lordo e superiore del 25% al volume complessivo raggiunto allo scoppio della bolla del credito.

“Non sembra al momento che gli Stati Uniti stiano lavorando per stabilizzare o addirittura ridurre la crescita del debito. E gli stessi elettori non richiamano all’ordine i loro decisori politici. Se quest’andamento non verrà arrestato, è probabile che s’inneschi una nuova crisi“, spiega Foster.

Rispetto alla crisi finanziaria del 2008, la causa non sarebbero questa volta i mutui subprime, ma il debito pubblico elevato. La politica attualmente non sembra comunque interessata ad aumentare le tasse o a ridurre la spesa. Nel lungo periodo ciò potrebbe avere un effetto positivo sull’andamento delle quotazioni dell’oro e delle azioni delle società aurifere.

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