La Russia e la cancellazione del debito dell’Africa

16 ottobre 2017, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

La questione del debito pubblico globale è sempre più scottante. Ovunque la si guardi essa suscita preoccupazione e paura. In generale nei media il debito pubblico è sinonimo di fallimento o di rischio. Non è una valutazione sbagliata poiché nel mondo esso è aumentato da 30 trilioni di dollari del 2007 ai 65 trilioni attuali. È più che raddoppiato in dieci anni. In rapporto al Pil negli Usa il debito pubblico in dieci è passato dal 62,5 al 106%, nell’Eurozona dal 65 al 90%, in Italia dal 100 al 132,5%.

Sono dati che parlano da soli. Ma è sorprendente il silenzio che accompagna le decisioni importanti in merito alla sua riduzione o alla sua cancellazione. E’ il caso della Russia di Vladimir Putin che ha deciso di cancellare parte del debito contratto dagli stati africani.

Come riportato nella pagina web del Cremlino, durante l’incontro pubblico dello scorso 27 settembre con Alpha Conde, presidente della Guinea Conakry e dell’Unione Africana, Putin ha detto che “la Russia sostiene attivamente gli sforzi della comunità internazionale per promuovere lo sviluppo degli Stati africani. Nell’ambito delle iniziative per aiutare i Paesi poveri molto indebitati, è stato deciso di cancellare oltre 20 miliardi di debiti ai Paesi africani”.

Si tratta di una cifra rilevante, cui la Russia ha deciso di rinunciare a beneficio di quei paesi africani, che con grandi sforzi e non poche difficoltà, stanno lavorando per superare il sottosviluppo e l’indigenza di grandi masse popolari.

Già nel periodo 1998-2004, quando la Chiesa iniziò la grande campagna del Giubileo sollecitando una moratoria sul debito dei paesi poveri, la Russia cancellò ben 16,5 miliardi di dollari del debito africano. Putin ha aggiunto che dal 2016 Mosca sostiene i programmi alimentari mondiali e che 5 milioni di dollari di questi aiuti sono destinati per l’Africa. Tra questi vi è anche un interessante progetto dell’agenzia Unido per lo sviluppo dell’agricoltura e della pesca in Etiopia.

In verità tutti i paesi Brics sono molto impegnati nello sviluppo economico e sociale e nella modernizzazione delle infrastrutture dell’intero continente africano. I loro summit hanno sempre dedicato molte energie e iniziative mirate all’Africa, nella consapevolezza che non si può prescindere dalla soluzione degli attuali squilibri.

All’ultimo incontro di settembre a Xiamen, in Cina, hanno posto grande enfasi sull’importanza di allargare l’alleanza Brics verso i mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo, rafforzando specialmente la cooperazione con l’Africa. In questo contesto, è molto importante la decisione di creare un Centro Regionale Africano all’interno della New Development Bank, la loro banca di sviluppo, e di lanciare un Piano di Azione per l’Innovazione e la Cooperazione soprattutto per l’Africa.

I tanti pseudo esperti occidentali, purtroppo, sembra si stiano agitando per dimostrare che le decisioni della Russia e in generale dei Brics non sono altro che interessate operazioni per penetrare nel continente nero. Potrebbe anche esserci del vero. Ma i paesi europei e l’Unione europea dovrebbero spiegare perché stanno perdendo il loro naturale ruolo di amicizia e di cooperazione cui erano chiamati. Forse perché non hanno mai corretto l’arroganza propria del neocolonialismo? O forse perché mantengono un approccio prevalentemente improntato al massimo profitto e al liberismo più sfrenato? Noi pensiamo che l’approccio sia sbagliato.

Al riguardo si ricordi che, per esempio, a più di 50 anni dalla dichiarazione di indipendenza dei Paesi francofoni dalla Francia, la loro moneta è ancora stampata a Parigi ed è totalmente controllata dalla Banque de France!

Del resto non è un caso che anche la Chiesa, con l’enciclica “Populorum Progressio” di papa Paolo VI, abbia a suo tempo indicato la giusta strada per la riduzione del debito e per lo sviluppo dei popoli, denunciando, tra l’altro, “l’imperialismo internazionale del denaro”. Si può costatare che la Chiesa è sempre stata molto attenta a queste problematiche economiche e sociali. I documenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace “Al servizio della Comunità umana: un approccio etico al debito internazionale” (1986) e “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale” (2011) sono chiari ed eloquenti.

Anche l’Italia e le nostre imprese, purtroppo, pur avendo un’attitudine più cooperativa, e godendo di una certa simpatia in molte parti dell’Africa, non riescono ad esprimere una politica economica e culturale innovativa e più orientata allo sviluppo vero.

Questo è il “secolo africano” che riteniamo debba essere affrontato con impegno maggiore e diverso nei 54 paesi che fanno parte dell’Africa.

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