La Fed ignora le minacce della finanza

4 settembre 2018, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

All’annuale conferenza economica di fine agosto di Jackson Hole, nello stato del Wyoming, Jerome Powell, il neo governatore delle Federal Reserve, ha dato dei segnali poco rassicuranti sul futuro dell’economia e della finanza americana e mondiale.

Mettendosi sulla scia di uno dei suoi recenti predecessori, Alan Greenspan, ha esaltato la politica presentata nel 2003 dell’attesa, quella di “aspettare e vedere” prima di decidere se alzare i tassi d’interesse. Come si ricorderà, i tassi bassi non furono negativi per l’economia reale, che continuò a “tirare” senza ricadute inflazionistiche.

Allora la grande liquidità a basso costo, aumentata anche con le tecniche del “leverage”, che permettono di moltiplicare la disponibilità di capitali partendo da una base limitata, si riversò in gran parte nel settore finanziario, alimentando le varie bolle speculative fino all’esplosione della Grande Crisi del 2007-8.

Il rischio è ripetere lo stesso errore

Nel suo discorso, Powell afferma di essere pienamente consapevole che, negli Usa, le passate due crisi economiche hanno avuto origine dalle degenerazioni dei mercati finanziari. Ma, con troppa disinvoltura, s’illude e, purtroppo, trasmette a tutti l’illusione che “due decenni di riforme e di nuove regole e i passi avanti fatti nel settore privato hanno grandemente aumentato la forza e la stabilità del sistema finanziario, riducendo la possibilità che gli inevitabili choc finanziari diventino delle crisi vere e proprie”.

Eppure, come anche noi abbiamo più volte documentato, negli Usa l’andamento della finanza non è stato in alcun modo veramente regolamentato e messo in sicurezza. Da ultimo ne è prova il fatto che anche la legge di riforma dei mercati finanziari e, in particolare, quello dei derivati, è stata svuotata. La “Dodd Frank Act” è stata abilmente bypassata riportando la bolla degli otc quasi agli stessi livelli di prima della Grande Crisi. Lo stesso dicasi per le varie altre bolle finanziarie. Altri dati confermano incontestabilmente un generale peggioramento del debito pubblico, di quello privato e di quello corporate, quello delle imprese.

Powell, tuttavia, pur rivendicando l’aumento dell’occupazione, ammette che non tutto è roseo. Anche se il tasso di disoccupazione del 3,9% è al livello più basso da decenni.

Egli afferma che gli occupati sono aumentati, ma la produttività del lavoro è bassa. Basta notare che l’aumento del Pil non è in linea con l’aumento dell’occupazione. In altre parole, molti nuovi posti di lavoro sono sotto qualificati, in settori come quelli dei servizi a basso valore aggiunto. I salari reali, poi, registrano, da decenni, una crescita assai lenta.

Inoltre, la mobilità economica è più bassa di quella delle altre economie del settore industriale avanzato. Anche il problema dei continui deficit del bilancio federale si protrae pericolosamente da troppi anni.

Gli analisti e la Federal Reserve, solitamente studiano i rapporti tra i livelli di occupazione, quelli dell’inflazione e i tassi d’interesse. Affermano che, quando l’occupazione cresce tanto, l’economia tende a “surriscaldarsi”, con il rischio di maggiore inflazione. Di conseguenza il “motore” deve essere “raffreddato” con l’aumento dei tassi d’interesse.

È un ragionamento che molti si aspettano dalla Fed

Powell, però, non è d’accordo. Nel suo discordo di Jackson Hole, egli individua degli esempi storici con decisioni sbagliate e conseguenze molto negative. Ad esempio, alla fine degli anni settanta per fermare il rischio d’inflazione i tassi d’interesse furono aumentati fino a diventare a due cifre, mandando in tilt l’intera economia americana e anche quella di molti paesi, a cominciare da quelli in via di sviluppo.

Da un po’ di tempo nelle stanze della Fed, molta, troppa, psicologia occupa il posto degli studi dei dati e delle tendenze reali per approntare le analisi economiche e monetarie. In passato si puntava molto sulla comunicazione fatta dalla Fed ai mercati. Oggi, Powell valorizza, eccessivamente, il ruolo dei target, come quello dell’inflazione, definiti quasi a tavolino, e così le percezioni e le attese dei mercati. Il che fa parte delle strategie di comunicazione.

Il problema vero è la sottovalutazione del ruolo della finanza e della speculazione. Forse è un atto di scaramanzia. Ma, ignorare i segnali di pericolo porta a fare incidenti rovinosi.

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