Fino a che punto la Cina può essere pericolosa

14 marzo 2016, di MARKET BRETT (CAPITAL GROUP)

La transizione della Cina da un modello di crescita incentrato sugli investimenti a un sistema economico più focalizzato sui consumi ha costretto alcuni paesi a operare difficili adeguamenti.

Seppure in misura diversa, le valute e le economie di Paesi esportatori di materie prime, come Australia, Brasile, Indonesia e Sudafrica stanno subendo ripercussioni dirette e indirette causate dall’evoluzione della domanda cinese verso nuovi modelli.

La Cina è intervenuta ripetutamente in materia di politica monetaria e tassi di cambio, con risultati talvolta controproducenti.

La svalutazione ha scosso la fiducia tra gli investitori locali sul mercato cinese, provocando un’ondata di volatilità sui listini azionari e una fuga di capitali da parte dei residenti in Cina che hanno trasferito i propri fondi all’estero.

Questi sviluppi rappresentano una grande sfida per i policy maker cinesi, poiché i mercati azionari locali potrebbero registrare un andamento piuttosto altalenante anche nei prossimi anni, nonostante gli sforzi delle autorità.

Nell’immediato futuro, le politiche della Cina continueranno probabilmente ad avere un impatto di lungo raggio e non soltanto sulle valute dei paesi esportatori di materie prime. Ad esempio, le valute delle nazioni asiatiche, le cui economie sono strettamente correlate alla sorte della Cina (perché traggono vantaggio dalla domanda cinese o perché gli esportatori cinesi rappresentano i loro maggiori concorrenti sui mercati internazionali), sono evidentemente a rischio di deprezzamento contro il dollaro.

Perfino gli Stati Uniti potrebbero subire contraccolpi. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, la domanda cinese è diventata un fattore sempre più importante per la crescita degli utili delle aziende statunitensi.

Se l’espansione degli utili negli USA è rallentata dall’indebolimento della crescita in Cina, le ramificazioni dell’economia statunitense potrebbero impedire alla Federal Reserve di innalzare i tassi nella misura attualmente attesa. Questo scenario potrebbe addirittura aumentare le probabilità di un taglio dei tassi da parte della Fed o il varo di un programma di acquisti obbligazionari (Quantitative Easing), eventualità che hanno tutto il potenziale per arrestare la corsa del dollaro.

I mercati emergenti non sono tutti uguali, alcune economie, come il Brasile, hanno un’esposizione molto più ampia alla Cina, poiché dipendono fortemente dalle esportazioni di materie prime.

Altre, come ad esempio il Messico, hanno una correlazione maggiore con l’economia degli Stati Uniti. L’India può vantare buone prospettive di crescita e inflazione, mentre in Russia il futuro dell’economia appare segnato da una maggiore debolezza. Brasile, Russia e Sudafrica devono gestire numerosi squilibri economici e commerciali, oltre al problema dell’ inflazione.

Il clima politico locale, inoltre, non lascia presagire una concreta possibilità di realizzare quelle riforme strutturali che potrebbero risanare le loro economie. Pertanto, il real brasiliano, il rublo russo e il rand sudafricano rischiano un ulteriore indebolimento nei confronti del dollaro, anche se hanno inaugurato il 2016 con valutazioni di oltre il 25% più basse rispetto ai livelli che sarebbero da considerarsi ragionevoli.

Per contro, il fiorino ungherese, il peso messicano e lo zloty polacco sono apparsi sottovalutati contro il dollaro a inizio 2016. Tutte e tre le rispettive economie sembrano prive di squilibri significativi e forti pressioni inflazionistiche. Queste valute hanno subito arretramenti a causa dell’ondata di vendite generalizzata che ha colpito i mercati emergenti, e il debito in valuta locale offre oggi un interessante potenziale di rendimento per i portafogli incentrati sul debito emergente e sulle obbligazioni globali.

Nel breve termine, una valuta più debole può penalizzare l’economia alimentando l’inflazione, ma con il passare del tempo questa circostanza si rivela spesso favorevole: può migliorare la competitività e, soprattutto, consentire le riforme economiche.

Di conseguenza, il fatto che la maggior parte delle valute nei mercati emergenti adotti ormai un regime di cambi flessibili, invece di mantenere l’ancoraggio al dollaro, dovrebbe da ultimo dimostrarsi un fattore positivo. Oltretutto, il tasso di apprezzamento del dollaro ha rallentato.

Un dollaro più stabile in un futuro non troppo lontano potrebbe contribuire a normalizzare i prezzi delle materie prime (che sono tipicamente indicati in dollari), consentendo un’inversione di tendenza alle valute di molti paesi in via di sviluppo.

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