Fino a che punto i robot ‘ruberanno’ i posti di lavoro?

7 giugno 2016, di Didier Le Menestrel, (La Financière de l'Echiquier)

Brexit o non Brexit? Rialzo dei tassi o rendimenti negativi a lungo termine? Volatilità del prezzo del petrolio? Se avete l’abitudine di lasciarvi suggestionare dall’ossessivo rimbombo quotidiano della vita dei mercati, può essere utile prendere le distanze e osservare in silenzio. Vedrete affiorare i punti di rottura.

È per esempio innegabile che la digitalizzazione dei servizi stia avanzando a passo di carica, trasformando in maniera fondamentale parti intere della nostra vita pratica. La facilità e la rapidità sconcertanti con cui l’economia digitale prende piede sotto i nostri occhi ci fanno talvolta dimenticare la robotizzazione, il suo corollario applicato alla produzione di beni.

Eppure, anche in questo ambito, la rivoluzione è in atto. L’Impero di Mezzo, ben noto per la sua efficacia di realizzazione e per la velocità di esecuzione, con il suo piano di crescita “Made in China 2025” sta puntando su “innovazione per passare dalla quantità alla qualità”.

L’eccellenza industriale che persegue è fondata sull’aumento degli investimenti in quattro ambiti prioritari: tecnologie dell’informazione, tecnologia aerospaziale, nuovi materiali e robotica. Esattamente un anno dopo, l’Opa del conglomerato cinese Midea Group sulla tedesca Kuka, leader mondiale della costruzione di robot, ne fornisce un’illustrazione concreta.

In altre regioni del pianeta, nuovi segnali ci danno la misura dell’entità crescente della tendenza di fondo: Foxconn – produttore taiwanese degli smartphone Apple – in una delle sue aziende cinesi ha rimpiazzato 60.000 persone con i “Foxbots”, e Adidas ha annunciato la rilocalizzazione della produzione delle sue scarpe in Germania in uno stabilimento altamente robotizzato.

I nostri cari vicini tedeschi ne fanno addirittura il loro cavallo di battaglia industriale. Hanno trovato persino un nome, “Industry 4.0”, per designare questo movimento che permetterà di passare dalla produzione/consumo di massa alla produzione industriale, ma su misura. In questa ricerca della smart company, di manutenzione predittiva o di ottimizzazione permesse dall’intelligenza artificiale e dalla robotica connessa, le somme investite a livello mondiale sono gigantesche e la guerra dei cervelli è in atto ormai da tempo.

Va tutto talmente veloce che alcuni predicono che il 50% dei posti di lavoro – comprese alcune professioni intellettuali e legate ai servizi – potrebbe essere a rischio nei prossimi 15 anni. Un’evoluzione stimolata dalla carenza di manodopera disponibile: gli industriali tedeschi sono preoccupati al pensiero che il 50% degli ingegneri di produzione andrà in pensione nei prossimi 10 anni. La filiera robotica è quindi logicamente in pieno boom nei paesi particolarmente stressati sul piano dell’occupazione.

Saranno colpiti tutti i settori? Molti test  permettono oggi di farsi un’idea più o meno precisa. Ma anziché giocare a terrorizzarsi sul rischio di scomparsa delle professioni, rimaniamo ottimisti e immaginiamo piuttosto la potenza benefica che questo movimento potrà fornire all’uomo in tema di realizzazione attraverso il lavoro. Il dibattito su questo punto è essenziale, è una sfida politica cruciale per il futuro delle nostre società, e deve essere profondo e rapido. I nostri cervelli cartesiani possono ampiamente gareggiare in questo con la saggezza confuciana.

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