Crediti deteriorati, finalmente una buona notizia

11 aprile 2017, di Dino Crivellari

I giornali di questi ultimi giorni riportano resoconti della riunione informale dell’Ecofin tenutasi a Malta e dello workshop Ambrosetti a Cernobbio. Ivo Caizzi e Fausto Chiesa, sul Corriere della Sera dell’8 aprile, riferiscono, tra l’altro, due interessanti notizie.

Le proposte dell’Eba sull’ipotesi di una Bad bank europea per affrontare lo smaltimento degli NPL si scontrano con gli egoismi nazionalistici del nord Europa e le scadenze elettorali tedesche. Su 1000 miliardi di Npl europei , quelli dell’Italia costituiscono oltre il 30%. I paesi dell’Europa settentrionale, così come non vogliono farsi carico dei problemi dei debiti pubblici dei paesi meridionali, non hanno alcuna intenzione di farsi carico di quelli relativi ai crediti difficili delle loro banche.
Nulla di nuovo.

Ma la notizia più interessante è che alcuni esponenti europei di peso, tra gli altri il vicepresidente portoghese della BCE, Victor Costancio, hanno “aperto alla rinegoziazione tra la banca e debitori ai prezzi di mercato super scontati dei Npl (scesi a volte tra il 20 ed il 30% del prestito) su base privata e senza interventi comunitari “. Aggiunge Costanzo : “Si tratta puramente di una questione tra privati, tra banca e cliente. Dipende quindi dalla disponibilità della banca a rinegoziare il debito a certe condizioni o no “.

Caizzi riferisce che “la possibilità di rinegoziazione ai livelli di mercato degli npl, che consentirebbe a molte famiglie di mantenere la casa o a piccole imprese di restare in attività , è considerata percorribile dalla BCE“. Non nascondo la soddisfazione provata nel leggere queste notizie.

Quando il 3 ottobre scorso pubblicai su Wall Street Italia l’articolo “Condono bancario utile per tutti. C’è anche precedente” lo qualificai una “provocazione”. Una provocazione che partiva dalla banale osservazione che appare iniquo che le banche rifiutino una proposta a saldo e stralcio del 20 % avanzata dal loro cliente in difficoltà e poi vendano lo stesso credito al 10% ad un fondo di investimento.

Da quel mio intervento è scaturito un dibattito serrato sfociato in un disegno di legge presentato alla Camera dei deputati nello scorso marzo.

Crediti deteriorati e giubileo bancario

Ora la BCE manifesta il suo consenso a che le banche affrontino singolarmente questo tema e in qualche modo promuovono il “giubileo” bancario dopo aver pubblicato a marzo le “linee guida per le banche sui crediti deteriorati” che, più che una forma indiretta di regolamentazione ,è un vero e proprio manuale del buon banchiere afflitto da livelli elevati di crediti non performing.
Le banche italiane sono tutte in queste condizioni, chi più chi meno.

Ma ben 114 hanno crediti deteriorati netti (cioè al netto degli accantonamenti per perdite attese) ben superiori al patrimonio tangibile. L’Italia da questo punto di vista e’ il principale malato che va curato perché i suoi crediti deteriorati pesano per quasi ci 17% dei loro prestiti contro il 6% della media europea. I paesi europei , nostri competitori , hanno crediti deteriorati prossimi al 2/3 % dei prestiti complessivi, cioè sono in condizioni di quasi normalità e le loro banche possono riprendere a fare credito sostenendo l’economia.

Le banche italiane no, e questo è un limite formidabile per la ripresa economica. La proposte di legge sul tavolo del Parlamento, frutto in gran parte della citata mia provocazione, sono impostate per favorire gli accordi tra banche e clienti che ora la BCE sembra promuovere dopo che in passato le era stato attribuito il volere di favorire massicce scie cessioni a fondi di investimento.

Le cessioni massicce di npl, come è ormai noto, hanno il difetto di creare enormi perdite nelle banche, che sono poi costrette a ricapitalizzarsi impoverendo i patrimoni dei vecchi azionisti e passando sotto il controllo di nuovi azionisti, i fondi di investimento stessi che comprano il controllo delle banche ripulite e quindi in grado di tornare a fare utili.

In pratica il sistema finanziario internazionale ,cioè i fondi, prima comprano a prezzi di saldo gli NPL delle banche facendo enormi profitti grazie ai recuperi (comprano al 10% quello che vale il 40% guadagnando il 30%; è solo un esempio, ma verosimile perché già accaduto ) . Poi intervengono nella ricapitalizzazione delle banche prendendone il controllo con investimenti relativamente modesti perché il valore patrimoniale delle banche è stato nel frattempo eroso proprio dalle perdite sui crediti deteriorati ceduti sul mercato. Insomma , secondo questo schema, i fondi ci guadagno due volte.

Ma c’è un altro aspetto, poco indagato, ma di recente messo in evidenza da un lucido intervento di Marcello Minnenna (Gli Stati generali 5/4/17 ” Fuori dalla trappola dei crediti deteriorati con una misura salva imprese”) : le perdite fiscali.

Usiamo macro numeri che hanno lo scopo di dare l’idea , ma non hanno valore scientifico: su 350 miliardi di NPL , le sofferenze sono circa 200 miliardi. Le banche hanno fatto accantonamenti per circa 120 miliardi, il che vuol dire che il gettito fiscale è diminuito di circa 60 miliardi. Se le banche vendessero gli 80 miliardi residui ai prezzi correnti (10/20% del valore del credito) imposti dall’oligopolio dei fondi, come lo ha chiamato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco al Forex poche settimane fa, registrerebbero perdite ulteriori tra i 40 e i 60 miliardi.

Per l’Erario questo produrrebbe un minor gettito di altri 20 /30 miliardi. Complessivamente la crisi avrebbe prodotto 160 /180 miliardi di perdite per le banche e 80 /90 miliardi di minori introiti per l’Erario. Sono numeri impressionanti che però descrivono la gravità della situazione. Ma le cattive notizie non finiscono qui.

Molti fondi di investimento hanno strutture societarie che consentono loro di non pagare tasse in Italia. Vuol dire che i guadagni realizzati dai fondi, nell’ipotesi accademica che tutti gli npl vengano venduti loro a quei prezzi, e che si aggirerebbero intorno ai 50 60 miliardi, sarebbero finanziati per intero dai risparmiatori italiani che avrebbero visto dissolversi i risparmi impiegati in azioni delle banche (già successo) e da tutti i cittadini attraverso i minori introiti dell’ Erario.

Ulteriore considerazione: quando le banche cedono i loro crediti cattivi , passano anche i loro debitori alla gestione dei fondi. Nell’ipotesi teorica fin qui seguita, le futuri sorti di 2.200.000 debitori delle banche, che corrispondono a circa 10 milioni di cittadini (tra coniugi , coobbligati , garanti e dipendenti di imprese in crisi) sarebbero in mano a investitori che hanno come unico obiettivo, legittimo, di trasformare i crediti acquistati in denaro nel più breve tempo possibile e a qualunque costo. Questo avrebbe un affetto un effetto prociclico, cioè aggraverebbe la situazione economica del paese perché i fondi, non essendo banche che operano sul territorio, non tengono in alcun conto gli effetti di travolgimento che si creano in una filiera produttiva o in un distretto facendo, per esempio, fallire una impresa organica a quelle economie.

Il fenomeno si aggregherebbe ulteriormente peggiorerebbe se, seguendo acriticamente le indicazioni delle linee guida della BCE, venissero cedute ai fondi anche le posizioni considerate ad alto rischio ancorché in Bonis e non in sofferenza. In un paese come il nostro dove nelle imprese il rapporto tra capitale proprio e capitale di debito è fortemente squilibrato a favore del debito bancario, non si può pensare di intervenire con l’accetta dopo tanti decenni di tolleranza ed affidare a dei “recuperatori speculativi” le sorti di imprese sovraindebitate , anche se in regola con i pagamenti. Questo può solo far aumentare i fallimenti , la disoccupazione , allontanare la ripresa è ridurre il gettito fiscale mantenendo in condizioni di marginalità sociale ,oltre che economica , alcuni milioni di cittadini.

Cosa del tutto diversa è voltare pagina adottando strumenti che sono tipicamente anticrisi e quindi di per sé straordinari.
Gli obiettivi delle norme ad hoc da emanare dovrebbero essere:

  1. ridurre drasticamente ed in tempi brevi il peso dello stock di NPL delle banche in adesione alle linee guida della BCE, minimizzando l’impatto in termini di perdite e di fabbisogno di ricapitalizzazione.
  2. rimettere in condizione di operare, produrre, consumare, pagare tasse la maggior parte delle imprese e dei privati che oggi sono in difficoltà con le banche ripristinando gli equilibri socioeconomici.
  3. evitare che i fondi di investimento traggano enormi profitti, spesso non tassati in Italia, da questa situazione.

Lo strumento non può che essere dato da incentivi fiscali che inducano le banche ad accettare di buon grado accordi con i loro debitori incassando cifre superiori a quelle che incasserebbero se svendessero i crediti deteriorati sui mercati dei fondi.

L’incentivo fiscale dovrebbe essere costituito da una sorta di super ammortamento delle perdite da transazione applicando un moltiplicatore alla loro deducibilità fiscale solo nel caso in cui venga accolta una proposta di transazione che porti la banca ad incassare una cifra superiore, anche di poco, al prezzo praticato dai fondi, ma non superiore al valore netto di bilancio dei crediti transatti.

Di converso le banche dovrebbero subire un trattamento fiscalmente sfavorevole nel caso in cui non accolgano la proposta transattiva del debitore e procedano poi con la svendita ad un prezzo più basso in favore di terzi.

Per favorire lo smaltimento di npl e non favorire arbitraggi sia delle banche che dei debitori, ma anche fenomeni di moral hazard, va stabilito che la norma di favore sia applicabile solo allo stock di sofferenze e quindi non alle nuove e che dette norme abbiano un tempo limite di applicazione, massimo un anno.

In questo modo si raggiungerebbe l’obiettivo lasciando che l’autonomia privata degli accordi venga rispettata e non si impegni lo Stato nel salvataggio delle banche o nell’intervento finanziario a favore dei debitori.

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