Brexit o (B)remain: testa o croce?

29 aprile 2016, di Michiel Verstrepen (Petercram)

Da febbraio, il partito della permanenza nell’Unione Europea ha guadagnato slancio e sta ora guidando i sondaggi, anche se con percentuali inferiori al margine di errore standard delle rilevazioni. Come la maggior parte degli osservatori, anche noi continuiamo a pensare che alla fine lo schieramento europeista vincerà.

Come abbiamo sostenuto in precedenza, numerosi studi sull’impatto della Brexit sull’economia del Regno Unito mostrano come essa possa essere influenzata negativamente, anche perché una Brexit sarebbe un salto verso l’ignoto. Non vi è stato, inoltre, un punto di vista coeso sulle possibili alternative alla partecipazione all’Unione Europea, con i sondaggi che hanno indicato, oltretutto, come la maggioranza degli elettori sia aperta all’idea di rimanere in una UE riformata.

È proprio questo il modo in cui David Cameron sta presentando all’elettorato la decisione di permanere nell’UE, anche se l’accordo di febbraio con il Presidente dell’Unione Donald Tusk è una versione annacquata delle sue richieste iniziali. Tuttavia, considerata la vicinanza nei sondaggi e il sostegno dato all’ipotesi di uscita dall’UE da importanti figure pubbliche, il rischio Brexit rimane estremamente reale. I risultati dei sondaggi nelle prossime settimane e le elezioni locali di maggio potrebbero fornire ulteriori elementi di valutazione circa l’elettorato in bilico e l’affluenza complessiva, che saranno fondamentali per il referendum.

Nel suo outlook biennale sulla situazione economica a livello mondiale, il Fondo Monetario Internazionale ha detto che una Brexit potrebbe provocare gravi danni sia a livello regionale sia sullo scenario globale, interrompendo rapporti commerciali consolidati. Il Fondo monetario sostiene che il referendum di per sé abbia già creato molta incertezza tra gli investitori evidenziando come ipotetici negoziati su accordi post-uscita potrebbero protrarsi per un periodo di tempo molto lungo, causando ulteriore instabilità, perdita di fiducia tra gli investitori e alta volatilità sui mercati.

In effetti, l’Unione europea e il Regno Unito avrebbero due anni per negoziare un ‘accordo sull’uscita’. Nel caso in cui i negoziati procedano in modo costruttivo nel breve termine l’impatto negativo sull’Europa continentale sarebbe contenuto. Nel lungo termine, sarà da valutare l’orientamento dell’Unione Europea che potrebbe spingere verso una più marcata disgregazione o mostrare un atteggiamento più conciliante a favore di un’integrazione.

Tuttavia, il referendum non si svolge in un contesto politico in cui le preoccupazioni per l’economia del Regno Unito vengono considerate di primaria importanza. La votazione, infatti, si svolge nel bel mezzo di una crisi legata ai flussi migratori nella UE, di attacchi terroristici nelle capitali e di massima allerta per la pubblica sicurezza.

Nel nostro precedente commento, il deprezzamento della Sterlina inglese cui abbiamo assistito dall’inizio dell’anno (più del 7% in termini nominali effettivi e più del 8% rispetto all’euro) è stato anticipato chiaramente. Ciò è stato parzialmente dovuto alle incertezze causate dal referendum. Detto questo, il deprezzamento della Sterlina può essere anche attribuito alla revisione delle prospettive circa l’economia inglese, a causa di un disavanzo crescente nelle partite correnti.

Considerato che un incremento dei tassi da parte della Bank of England era già atteso, i mercati stanno attualmente prezzando una leggera riduzione dei tassi per il prossimo anno. Quali sono le prospettive per la Sterlina? Nell’eventualità in cui una Brexit venisse evitata, ci aspettiamo un apprezzamento della valuta inglese, sebbene di entità limitata, mentre nel caso di un’uscita di Londra dall’UE, ci attendiamo un’ulteriore deprezzamento.

Gli effetti potrebbero essere differenti sul rapporto Sterlina/Euro e sugli altri cambi principali della Sterlina (come quello con Dollaro, Yen e Franco Svizzero), dato che un’eventuale Brexit renderebbe evidente la fragilità dell’Unione Europea e, di conseguenza, quella dell’Eurozona. Oltretutto, un brusco deprezzamento potrebbe causare un potenziale dilemma per la BoE: l’incertezza generata dalla Brexit potrebbe essere compensata con una posizione più morbida di politica monetaria, anche se un picco nell’inflazione importata potrebbe dissuadere la BoE dal tagliare i tassi.

Il dibattito sulla Brexit si sta intensificando e, alla fine, la scelta è politica. Da una prospettiva economica di breve periodo, il prossimo referendum è comunque assimilabile al lancio di una monetina dove gli esiti sono asimmetrici e poco attraenti: se viene testa, l’economia europea perde, se viene croce, l’impatto potrebbe essere limitato (includendo anche il tempo, l’energia, i fiumi di inchiostro e le altre risorse dedicate al referendum).

Detto ciò, anche se il nostro scenario di base circa una non-Brexit si materializzasse, dubitiamo che gli euroscettici siano pronti ad accettare il risultato delle urne. Probabilmente la questione verrebbe riaperta più in là, nel corso del tempo.

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