Borse UE in fase ribassista, come affrontare il 2016

26 gennaio 2016, di Rob Jones e Scott Meech (UBP)

Quest’anno i mercati non ci hanno dato il tempo di riprenderci dopo il periodo delle vacanze natalizie. L’anno 2016 è iniziato come se qualcuno ci avesse regalato una corsa gratis su delle montagne russe da cui non possiamo scendere.

Come spesso accade in situazioni come queste, la reazione naturale sarebbe di rivolgersi ai libri di storia. La storia, infatti, è un buon punto di riferimento per rassicurarci, oppure per accrescere il nostro disagio. Guardando alla performance dello EuroStoxx 600 negli ultimi 3 decenni, l’indice ha registrato alcuni significativi crolli di mercato.

· Il lunedì nero: il 19 ottobre 1987, il mercato azionario mondiale crollò. Sulle cause si discute ancora. Il crollo cominciò nei mercati asiatici e si estese rapidamente ai mercati sviluppati dove il ritmo di crescita degli Usa si stava riducendo.

· La crisi asiatica: nel luglio 1997, il crollo del Baht tailandese fece sorgere una preoccupazione sulla crescita a livello globale, contaminando i mercati.

· La bolla delle dot-com: nel 1999 iniziò un collasso del mercato con un periodo seguente di isteria nel settore tecnologico, dove le valutazioni erano completamente scollegate dall’economia reale.

· Crisi finanziaria globale: il collasso del mercato nel 2007/2008 che seguì a un’altra “isteria”, questa volta nel mercato immobiliare, che si diffuse all’intero sistema finanziario e all’economia globale.

· La crisi del debito europeo: nel 2011, i mercati azionari precipitarono a causa della paura di contagio della crisi dei debiti sovrani a Spagna e Italia.

· La crisi cinese: Nell’estate del 2015, i mercati hanno subito una brusca correzione in seguito alle preoccupazioni legate all’economia cinese.

Osservando la situazione attuale, da quando i mercati hanno aperto a gennaio, gli investitori sembrano preoccupati principalmente per i prezzi delle materie prime, la situazione dell’economia cinese e l’impatto che questa può avere sulla crescita globale.

Guardando più da vicino, sembra che l’attuale correzione dei mercati sia senza precedenti per diverse ragioni:

1. La crescita economica cinese è la più lenta degli ultimi 25 anni.
La preoccupazione sulla crescita del Pil cinese è comprensibile, poiché adesso il Paese rappresenta la seconda maggiore economia dopo gli Usa, con il 13,3% del Pil mondiale (2014). Pechino rappresentava solo l’1,5% del Pil mondiale nel 1990. Adesso l’economia cinese è sia un grande produttore sia un grande consumatore, per il mondo intero.

2. Primo aumento del tasso di interesse negli Usa da 9 anni.
La preoccupazione sull’aumento del tasso di interesse negli Stati Uniti è rilevante in quanto negli ultimi due crolli principali (2000 e 2008), i mercati potevano beneficiare di politiche monetarie espansive e non restrittive.

3. La fine di una delle più lunghe corse al rialzo negli Usa.
I mercati americani hanno avuto un andamento fantastico, ma abbiamo raggiunto l’apice sia nei profitti che nei margini. Sebbene siamo all’inizio della stagione dei risultati societari relativi al quarto semestre, i numeri puntano verso una diminuzione dei profitti del 6%.

4. Prezzi del petrolio a livelli minimi
I future sul petrolio si stanno avvicinando al loro prezzo più basso dal 2003. L’effetto iniziale di questi bassi prezzi è stato visto come positivo per i consumatori e per alcuni settori, ma questo vento a favore si sta trasformando in un vento contrario, indicando che la domanda sta crollando contestualmente a un aumento nell’offerta.

5. Correzione ampia nei settori
Sembra che ci sia minore distinzione nei settori rispetto alle precedenti rotazioni. Abbiamo visto una correzione con una base ampia, ma in cui le performance delle azioni nei settori difensivi sono state inconsistenti.

La visione del nostro team azionario europeo è che, dopo la partenza d’anno negativa, lo scenario europeo suggerisca più una correzione come quelle viste nel 2011 e nel 2015, piuttosto che il serio crollo del 2000 e del 2008.

Le condizioni economiche in Europa sono maggiormente di supporto e, a differenza degli Usa, ci troviamo in una fase di espansione monetaria. Ciò, insieme all’euro debole e a un basso prezzo del petrolio, fornisce uno stimolo ai consumatori europei (e in molti casi anche alle aziende). Inoltre, le aspettative sulla crescita dei profitti per l’Europa si sono già abbassate al +6% per il 2016. Questo rappresenta il livello più basso dal 1988. Anche i rapporti buy/sell degli analisti sono ai minimi da molti anni.

In conclusione, i mercati europei potrebbero ancora scendere, in linea con ciò che è accaduto in altre situazioni simili (circa il 20-25% dalla fase di picco a quella peggiore). Tuttavia, non ci aspettiamo niente di peggio, in assenza di un’ulteriore, imprevedibile crisi.

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