O imbarchiamo acqua, o la regaliamo: alla Francia 300 km2 di mare

17 marzo 2018, di Francesco Puppato

Era il 2015 quando Paolo Gentiloni, all’ora ministro degli Esteri nel governo Renzi, incontrò il suo omologo francese Laurent Fabius per sottoscrivere un accordo che avrebbe ridefinito i nuovi confini marittimi tra i due Paesi.

L’accordo, prevedente la cessione a titolo gratuito da parte dell’Italia verso la Francia di acque territoriali, era stato giustificato da Gentiloni come “un atto necessario per aggiornare i confini alla luce della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) del 1982”.

Il medesimo atto prevede che le acque territoriali francesi in prossimità della Corsica passino da 12 a 40 miglia, mentre il confine al largo della parte nordoccindentale della Sardegna si allarghi fino alle 200 miglia.

Al largo della costa sarda è stata da tempo individuata una grande riserva da 1,4 trilioni di metri cubi di gas e da 0,42 miliardi di barili di petrolio (per avre un’idea delle dimensioni, il giacimento egiziano Zohr in mano all’Eni e considerato il più grande al mondo, ha una riserva potenziale di 5,5 miliardi di barili equivalenti di petrolio, quindi circa 11 volte tanto qiella presente nella porzione di mare in considerazione).

L’articolo 4 del trattato prevede inoltre che sia possibile accedere alla riserva presente sotto il fondale italiano, avviando la trivellazione direttamente dal versante francese.

Su quel tratto di mare, poi, ci potranno transitare le navi dei Paesi dell’Unione, ma l’Italia non potrà più farvi attività economica (pesca, sfruttamento dei giacimenti naturali, ecc), che rimane appunto esclusivamente in mano alla Francia ma con la protezione ecologia che resta a carico dell’Italia.

Al momento il giacimento potenziale, presente nella zona marina E, è congelato; l’azienda norvegese che aveva chiesto l’autorizzazione ai carotaggi ha ricevuto l’alt circa due anni fa ma, quando sarà entrato in vigore l’accordo, sarà possibile aggirare il confine e procedere.

Sommando alla perdita economica il costo ed i rischi ambientali, per l’Italia ci sarebbero solo fattori negativi, senza poter aggiungere i benefici per le casse dello Stato; anche perché l’unico punto non chiaro del trattato è quello inerente al fatto che all’Italia, se non altro, spettino o meno delle royalties.

L’accordo non è mai stato ratificato dal nostro Parlamento ma la Francia, vedendo l’ostruzionismo del Parlamento italiano, ha avviato con un semplice decreto una procedura amministrativa unilaterale, nata a sua volta da una consultazione pubblica consentita da Bruxelles.

L’iter del procedimento scadrà il 25 marzo 2018 ed in caso di silenzio-assenso ovvero di mancato ostruzionismo da parte di Roma sarà persino inutile che il prossimo Parlamento intervenga. Anche perché è davvero difficile credere che il sottoscrittore dell’ accordo, ad oggi nelle vesti di Presidente del Consiglio, possa cambiare idea.

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