Moneta parallela: perché i mini-bot non funzionerebbero

13 giugno 2018, di Daniele Chicca

La proposta di introdurre una moneta parallela in Italia non è nuova, ma il fatto che i mini-bot siano presenti nel contratto di governo firmato da Lega e MoVimento 5 Stelle ha creato preoccupazioni in Europa e nei mercati finanziari negli ultimi tempi.

Francesco Papadia e Alexander Roth del think tank Bruegel descrivono in maniera dettagliata la proposta dei mini-BOT, la cui valutazione economica dipende dalle caratteristiche specifiche che si assegnano all’emissione. Nell’idea di Claudio Borghi, consulente economico della Lega escluso però dalla formazione del “governo del cambiamento”, dovrebbe essere un misto tra un titolo di debito “inferiore” e una moneta parallela.

Se il collocamento di un mini-bot non implica un incremento del deficit di bilancio, allora va valutato come una misura di espansione fiscale, dicono gli economisti. A parte le caratteristiche e specifiche tecniche, i mini-bot sono una proposta che ha fatto scalpore e innervosito gli investitori per via del messaggio che manderebbero circa la prospettiva di Italexit.

Inevitabilmente, alla luce di quello che la Lega e i suoi esponenti hanno dichiarato e scritto, i mini-bot sarebbero visti come un primo passo dell’Italia verso la porta d’uscita dall’euro. Questo aumenterebbe lo Spread e i rendimenti dei Btp e quindi gli interessi che l’Italia e gli italiani pagano per finanziarsi.

Se fossero semplicemente un titolo del debito classico, i mini-bot non violerebbero leggi europee o italiane, ma se così fosse queste sorte di bond non avrebbero altra funzione se non quello di “custodi di valore”.

Se invece, come sostengono la maggior parte degli economisti ed esperti in materia, si possono considerare al pari di una moneta parallela, allora non rispetterebbero il quadro normativo vigente in Europa.

La Banca d’Italia ha pubblicato una nota di recente sull’argomento in cui spiega che stando alle leggi attuali, i mini-bot potrebbero essere usati come un mezzo di pagamento solo previa consenso del creditore. Se lo Stato decide di alleggerire il suo debito in maniera unilaterale, allora violerebbe le norme Ue e si giocherebbe la sua reputazione.

Inoltre, dal punto di vista contabile, questi strumenti finirebbero per aumentare il debito statale. Potrebbero essere emessi soltanto all’interno dei limiti del Patto di Crescita e Stabilità e sarebbero costosi in termini di premio del rischio per lo Stato e anche per il semplice fatto che andrebbe creato un nuovo sistema di pagamenti ad hoc.

Gli esempi di moneta parallela in Italia

In Italia un esempio di moneta parallela lo si può trovare anche nella proposta del 2016 di Bossone e Cattaneo per la creazione di “Certificati di Credito Fiscale” (CCF), che paragonano a un credito fiscale distribuito dagli elicotteri. Un po’ come il denaro fornito gratuitamente ai cittadini (“helicopter money”) i TCC sono dei bond assegnati senza interessi dal governo ai nuclei familiari e alle imprese.

Bossone e Cattaneo sostengono che lo schema di certificati proposto accelerebbe la ripresa dell’Italia e sarebbe con ogni probabilità un progetto sostenibile. È a tutti gli effetti, tuttavia, uno strumento per aggirare l’Eurosistema e quindi potrebbe avere conseguenze diplomatiche pesanti.

Sempre quell’anno, Amato, Fantacci, Papadimitriou e Zezza del Levy Economics Institute hanno proposto l’introduzione di una moneta parallela elettronica, il “geuro”. Secondo loro nel breve e medio termine, la moneta potrebbe alimentare la domanda, la crescita e l’occupazione. Alla lunga, la moneta parallela potrebbe trasformare l’euro in una valuta di “common clearing” mentre il geuro verrebbe usato per i pagamenti tra privati. Finché il governo riesce a dare credibilità alla nuova divisa, i prezzi in euro o in geuro non dovrebbero differire.

Mini-bot “illegali per il Tesoro

Maria Cannata scrive su La Voce.info che i mini-bot e i CCF sono esperimenti destinati a fallire. I primi costituiscono debito pubblico, anche se le caratteristiche che hanno li rendono più simili a una moneta. È una ragione per cui sarebbero in violazione del Art. 128 TFEU sull’esclusività dell’euro come legal tender.

Se i mini-bot vengono utilizzati per pagare le tasse, sarebbero da considerare debito finanziario per lo Stato e ridurrebbero pertanto le entrate tributarie. In concreto, secondo la custode del debito del Tesoro, finirebbero per incrementare i debiti anziché diminuirli.

Quanto ai Certificati di credito fiscali, secondo chi ne propone l’entrata in vigore, verrebbero usati per le operazioni di denaro commerciali. In questo senso non verrebbero considerati come debito, se ci si basa sulla definizione di Maastricht, perché farebbero invece parte della categoria che Eurostat definisce “non-payable deferred tax assets“, cioè imposte non maturate e quindi praticamente inesistenti.

Cannata sostiene che i CCF, che lo Stato dovrebbe emettere per riceverli poi in pagamento delle imposte due anni dopo, implicano un impegno da parte dello Stato a riconoscere il loro valore e pertanto si potrebbero equiparare a un debito fiscale.

Una volta usati come mezzo di pagamento diventerebbero allora immediatamente debito. Se – come propongono gli autori della proposta – venissero dati ai funzionari statali come pagamenti addizionali, incrementerebbero anche il deficit governativo.

Cannata conclude citando gli esempi del 1933 in Germania, dell’Argentina e della California, sottolineando che simili schemi in passato si sono rivelati fallimentari.

Mini-bot: il flop in California

Il blog KeynesBlog ha avviato un dibattito sul tema dei CCF e dei mini-bot e la conclusione che ne trae è che sarebbero un “boomerang”. L’esperienza della California, che viene citata a esempio per il caso dei certificati, non è stata quello che si può chiamare un successo.

Pochi giorni dopo l’emissione di IOU, le banche principali dello Stato Usa si sono rifiutate di accettarli. Solo dopo diversi tagli alle spese alcune delle banche hanno cambiato idea e sono tornate sui loro passi. Se un’operazione del genere ha mostrato di avere dei limiti in California, un’area ricca degli Stati Uniti, è difficile pensare che possa funzionare in Italia.

Nel caso dei mini-bot il discorso è simile ma con l’aggravante che vengono visti come un meccanismo per creare le basi per poi uscire gradualmente dall’area euro.

Mini-bot rischiano di essere controproducenti

Tony Nangle, asset allocation fund manager di Columbia Threadneedle Investments, sostiene che il problema della questione non è tanto associato alla legalità o meno della proposta, bensì che il governo ricorre ai mini-bot solo quando è nei guai.

I mini-bot, secondo il manager di fondi, sono interessanti per il fatto che sono un asset nato dal nulla ma che ha un valore per la gente. Questo in effetti potrebbe creare una domanda che al momento manca. A maggior ragione i mini-bot possono allora essere considerati al pari di una moneta alternativa.

Perché la struttura funzioni lo Stato deve richiedere che i pagamenti delle tasse avvengano in mini-bot anziché accettare i pagamenti in mini-bot. È qui che entra in gioco il problema della legge di Gresham: i mini-bot devono avere un costo finanziamento implicito. Per questo motivo lo Stato avrà una posizione fiscale più debole a quella che avrebbe altrimenti, perché riceverebbe un numero di mini-bot equivalente al numero di euro che altrimenti avrebbe ricevuto come entrate tributarie in un contesto tradizionale.

I mini-bot, secondo Nangle, rischiano di essere controproducenti perché la popolazione preferirà accumulare asset monetari in euro se non viene attirata con forti sconti rispetto al valore di facciata (ma questo avrebbe costi di rifinanziamento più alti per lo Stato). Nel frattempo la Commissione Europea finirà per equiparare i mini-bot a nuovo debito e se i bond saranno a coupon zero, li giudicherà scambiabili fino alla scadenza. Significa che avrebbero una struttura a breve termine.

Mini-bot minacciano di aumentare attività illegali

Sul Financial Times John Dizard parla del rischio Italia legato alla minaccia dei mini-bot, una proposta che ha tuttavia il merito di avere reso di nuovo interessanti le politiche monetarie europee. Secondo i suoi proponenti anche se i mini-bot scambierebbero a un prezzo di sconto sui mercati, il titolo potrebbe essere usato per ripianare debiti con la pubblica amministrazione o con il fisco al valore di facciata del mini-bot.

Ciononostante, i partiti cosiddetti “populisti” continuano a insistere sul fatto che i mini-bot non equivalgono a una moneta parallela o a un modo per evitare di incrementare un debito pubblico che è già il secondo più alto dell’area euro (132% del PIL).

Dal momento che i mini-bot nono sono una moneta secondo i suoi ideatori, allora i trasferimenti di denaro da un conto all’altro o direttamente da una persona all’altra saranno soggetti al limite sui pagamenti contanti di 3 mila euro. Questo vuol dire che i mini-bot finiranno per alimentare la vivace economia sommersa (illegale) che è già così è uno dei problemi più gravi dell’economia italiana.

A trarre i maggiori profitti di un simile sistema sarebbero gli italiani che comprano a un prezzo di sconto i mini-BOT dai pensionati e dai debitori nei confronti dello Stato e che poi li rivendono ai ricchi acquirenti di servizi e beni immobiliari e mobili italiani.

La reazione dei mercati e le prospettive politiche

Lo Spread tra Btp e Bund, che ha iniziato ad allargarsi in seguito alla pubblicazione della bozza del contratto di governo in cui compariva per la prima volta la proposta dei mini-bot, oltre a un meccanismo di uscita dall’area euro, si è ampliato ulteriormente dopo che a fine maggio Sergio Mattarella ha posto il suo veto sul nome di Paolo Savona al Ministero dell’Economia.

Il differenziale si è poi ristretto dopo la nascita del governo politico e anche dopo le parole rassicuranti del ministro del Mef Giovanni Tria e del responsabile degli Affari Europei Paolo Savona, ma rimane su livelli ben superiori ai minimi del 2018 in area 114 punti base toccati in aprile, dopo le elezioni politiche. Oggi scambia in area 230 punti base.

Se le elezioni si svolgessero oggi la Lega di Salvini otterrebbe il 25% dei voti, stando alla media fatta da Termometro Politico dei risultati degli ultimi sondaggi condotti in Italia. Il partito di destra può nei prossimi mesi puntare a superare anche il suo partner di coalizione, il M5S, che nel voto del 4 marzo si è aggiudicato quasi il 33% dei consensi.

Con un consenso popolare del genere, presto la Lega non avrà più bisogno di partner di coalizione o di personalità considerate “moderate” come Tria. Una prospettiva del genere, dice Rob Cox su Reuters, “da sola basterebbe a giustificare tassi di interesse e un costo di capitale più alto per l’Italia, le sue aziende e la sua gente”.

 

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