Mondo:Usa-Cina, squilibri bilaterali, c’è l’intesa

18 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Si conclude positivamente il vertice bilaterale tra Usa e Cina terminato ieri a Pechino con l’impegno dei due Paesi di correggere gli squilibri bilaterali.
In un comunicato congiunto si legge come, “a seguito di un giorno e mezzo di proficue e approfondite trattative sul come affrontare le questioni economiche di lungo termine, le controparti hanno ribadito il loro impegno a perseguire le politiche macroeconomiche, come la riforma del tasso di cambio in Cina e il rialzo del tasso di risparmio negli Usa al fine di incentivare una crescita forte e bilanciata e prosperità per entrambe le nazioni”. Dopo l’esordio difficile di due giorni fa, dunque, il vertice bilaterale sembra essersi rivelato soddisfacente.
Sia il segretario al tesoro Usa, Henry Paulson, che il vice premier cinese, Wu Yi, dichiarano che i due giorni di trattative sono “sereni e hanno aiutato a promuovere una migliore comprensione sulle questioni economuiche dei due Paesi”. “Entrambi cerchiamo la via migliore per affrontare le questioni più difficili – afferma Pauson – se da un lato non possiamo risolvere ogni problema in un singolo vertice, i sereni incontri che abbiamo avuto qui faciliteranno il raggiungimento degli obiettivi”.
Usa e Cina aggiungono come in vista del prossimo vertice bilaterale che si terrà a Washington nel maggio 2007 saranno costituiti due gruppi di lavoro per trovare il modo di ridurre le barriere commerciali tra i due Paesi nei settori dei servizi finanziari, fornitura di energia sostenibile, tecnologia ambientale e flussi di investimenti.
Intanto “uno yuan più forte stabilizzerebbe l’economia cinese”, afferma il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, nel corso di un intervento all’Accademia cinese di Scienze sociali di Pechino. “L’attuale gestione dello yuan accresce i rischi di afflussi di capitale, in più un tasso di cambio rigido diminuisce l’efficacia degli strumenti della banca centrale cinese”, spiega il numero uno della Banca centrale Usa. Sul primo punto Bernanke precisa come “la percezione che il reminbi sia sottovalutato incentiva l’afflusso di capitali sulla scia dell’aspettativa degli investitori di futuri apprezzamenti della valuta. Questi afflussi speculativi però non fanno altro che aumentare il bisogno di intervenire sul mercato dei cambi e attuare le forme di sterilizzazione monetaria”. Sul secondo punto Bernanke osserva come la tendenza attualmente in atto di allentare i vincoli ai capitali, mantenendo però stretta la banda di oscillazione dello yuan, “inibisce la capacità della banca centrale di utilizzare la politica monetaria per stabilizzare l’economia interna, visto che ogni qual volta si verifica un aumento dei tassi di interesse cinesi rispetto a quelli Usa si dà il via a un afflusso di fondi di capitale”.
Bernanke entra anche nel merito della sottovalutazione dello yuan. Spiegando come sia “peggiorata negli ultimi tempi”, il presidente della Banca centrale Usa ricorda come dal novembre 2001 sia pari al 10 per cento rispetto al paniere delle principali valute internazionali. Stando al presidente della Fed, liberalizzare il tasso di cambio cinese ridurrebbe inoltre le distorsioni derivanti dal sostegno effettivo che una valuta sottovalutata conferisce alle imprese locali, che preferiscono attualmente focalizzarsi sulle esportazioni anzichè sul mercato interno.

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