LO TSUNAMI DELLA LIQUIDITA’ E LA POLITICA DEL DENARO FACILE

13 novembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Cheng Siwei, vice presidente del Congresso Nazionale del popolo cinese, ha dichiarato giovedì scorso che il governo cinese dovrebbe diversificare le sue riserve di valuta estera comprando valute più forti (del dollaro, si suppone).
Per i mercati le sue parole hanno costituito un altro buon motivo per vendere dollari. Alle parole del dignitario cinese si sono aggiunte quelle di poco precedenti di Merwyn King, governatore della Banca d’Inghilterra e quelle di Randy Krozner, membro del consiglio di governo della Federal Reserve. Entrambi hanno detto che la soluzione del problema dei ‘subprime loans’ richiederà tempo.

E Krozner ha aggiunto che esso peggiorerà prima di migliorare.
Chen Siwei auspica che si faccia quel che le autorità cinesi stanno facendo ormai da cinque anni, almeno se crediamo alle statistiche fornite dalla Deutsche Bank sulla consistenza e la composizione delle riserve valutarie delle banche centrali. Dopo un picco della quota in dollari del 70 per cento del totale, toccato nel 2002, infatti, le riserve ufficiali cinesi sono ora composte solo per circa il 45 per cento da dollari.

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Poiché nel frattempo esse sono enormemente cresciute, c’è stato spazio anche per grandi acquisti di dollari. Ma gli acquisti di altre valute sono stati assai maggiori, onde il calo della quota dei dollari.
Il dollaro, secondo i consueti calcoli basati sulla teoria delle parità dei poteri di acquisto, è ormai sottovalutato, alcuni credono addirittura del 15 per cento verso le monete dei paesi che commerciano con gli Stati Uniti. E fortemente sopravvalutato è di conseguenza l’euro, la principale moneta con la quale si scambia oggi il dollaro sui mercati dei cambi esteri.
Questo certo non basta a dire con sicurezza che sia ormai la speculazione, più che le condizioni economiche di base, a guidare i mercati. Ma è una coppia di numeri, quella appena citata, abbastanza persuasiva.

Eppure, una considerazione un po’ semplicistica ma non irragionevole riguarda il confronto tra tassi di riferimento della FED e della BCE.
Quello della Fed è superiore a quello della BCE, il 4.50 per cento contro il 4 per cento. Ciononostante, gli operatori continuano a vendere dollari e comprare euro. Potenza delle aspettative, che ritengono le scorte più importanti dei flussi, in queste faccende e in queste congiunture.
Si teme l’effetto valanga di un rovesciarsi sul mercato di enormi quantità di dollari provenienti dalle riserve ufficiali dei paesi che li detengono e le parole di Cheng Siwei sono state come petrolio sul fuoco.
Poco vale notare che il deficit delle partite correnti americane ha cominciato a scendere, dal massimo toccato nel recente passato. Né gli operatori si soffermano a considerare che questa inversione dei conti esteri americani è dovuta assai più a un drastico rallentamento delle importazioni che ad un aumento delle esportazioni USA. Questo fenomeno è destinato a continuare per quanto durerà la debolezza della domanda negli Stati Uniti.

Qualche giorno fa Ben Bernanke è tornato, in un suo discorso, alla sua nota diagnosi delle cause del disequilibrio globale, che dà alla forte propensione al risparmio dei paesi emergenti, in particolare asiatici, la responsabilità maggiore degli stessi squilibri.
Egli afferma, e non si può disconoscere il valore al suo ragionamento, che tali paesi hanno mostrato, negli ultimi dieci anni, una forte volontà di costituirsi un cospicuo cuscino di riserve in valuta, sufficiente ad assorbire le oscillazioni cicliche e gli attacchi speculativi, memori dei traumi del 1997-98.

Questo non vale per il Giappone, che non si trovò mai privo di munizioni per difendere il cambio, né vale per la Cina, che non ha mai abbassato le difese rappresentate dai controlli valutari e che ha passato da tempo i limiti di una accumulazione solo prudenziale di riserve.
Cina e Giappone, sembra dire Bernanke, hanno problemi di domanda interna, più precisamente di domanda interna di beni di consumo. Continuano a destinare risorse enormi agli investimenti fissi, trovandosi costantemente in condizioni di eccesso di capacità produttiva. Se non fosse per la dinamica dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime, resterebbero in condizioni endemiche di deflazione dei prezzi.

Bernanke fa notare come si parli sempre del deficit dei conti correnti USA, che oscilla tra il 6 e il 7 per cento del PIL , e quasi mai del surplus cinese, che è del 9,5 per cento del Pil, o di quello giapponese, che è attorno al 7 per cento.
Sono indici di squilibrio altrettanto gravi, egli dice, di quello di segno contrario americano. E in simile e talvolta maggiore surplus si trovano gli altri paesi asiatici, come la Corea, la Malesia, Taiwan , Singapore, Hong Kong (e quel paese asiatico onorario, aggiungiamo noi, che è la Germania).
Difficile, in realtà, è sostenere che il deficit americano è volontario e il surplus degli altri paesi è invece una conseguenza del primo.
Nessuno impedisce ai paesi in surplus di rivalutare le proprie monete o di costituirsi, pagando con le riserve che hanno, giganteschi assi patrimoniali all’estero. Lo fanno da anni i paesi produttori di petrolio.

Sulla scorta di quanto accadde nelle due grandi rivalutazioni dello yen, negli anni Settanta e Ottanta, possiamo tuttavia temere che una rivalutazione dello yuan non servirebbe a spegnere la capacità esportativa cinese, ma solo ad esacerbare i problemi derivanti dagli acquisti di beni patrimoniali e di imprese produttive all’estero da parte di Pechino.
Quel che Bernanke non dice, perché significherebbe sconfessare il suo predecessore alla Fed e anche la propria recente svolta di politica monetaria, di nuovo orientata al ribasso dei tassi, è che alla base degli squilibri globali è quasi certamente la creazione eccessiva di liquidità che dura ormai dal 1995, con brevi anche se drammatiche, interruzioni.

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In questa assai poco comune alluvione monetaria, coadiuvata e ulteriormente accresciuta dalla creazione monetaria da parte delle banche commerciali, la Fed ha avuto imitatori importanti e convinti nella Banca del Giappone, nella Banca Popolare della Cina e anche in altre banche centrali, con la BCE assai meno convinta ed essenzialmente renitente a seguire l’esempio americano.
Tutti insieme, questi guardiani hanno aperto le porte della stalla, solo svogliatamente e brevemente, cercando di richiuderle dopo che i buoi erano scappati, e riaprendole poi rapidamente al primo segno di raffreddamento delle economie nazionali.

Nelle condizioni di estrema liberalità monetaria e finanziaria che si sono dunque create e che persistono ormai dal 1995, si è generata la più grande inflazione dei profitti da molti decenni e una ancora maggiore inflazione dei prezzi dei beni patrimoniali. Ne è seguita una grandiosa controrivoluzione sociale i cui effetti sono ormai chiari a tutti, che ha visto ridursi le distanze di reddito tra paesi e ampliarsi quelle all’interno dei paesi, e andare in crisi modelli di fiscalità e di previdenza e assistenza sociale elaborati nel corso di molti decenni.
Ma chi ha convinto e indotto le banche centrali a comportarsi, tutte insieme, così?
Questo è un indovinello di assai più difficile soluzione.

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