Italia può essere la goccia che fa traboccare vaso UE

25 maggio 2018, di Daniele Chicca

L’Europa unita ha resistito a tanti shock, ma la crisi esistenziale italiana potrebbe darle il colpo di grazia. Per lo meno ha il potenziale di farlo. La reazione degli investitori alla formazione di un governo sulla carta euroscettico e sovranista – “trumpista” come viene etichettato in Usa – ha spedito oggi lo spread tra Btp e Bund decennali sopra quota 200 punti, oltre la soglia di contagio indicata da Goldman Sachs. Il rendimento dei titoli di stato decennali intanto è tornato a oltrepassare la soglia del 2,4%, considerato livello spartiacque tra situazione di tranquillità e di pericolo.

All’apice della crisi del debito sovrano, la Grecia era a un passo dall’addio all’Eurozona; la gestione caotica dell’accoglienza di 2,5 milioni di rifugiati ha messo in crisi persino la Germania di Angela Merkel, per via delle sue controverse politiche di accoglienza; e l’esito del referendum sulla Brexit ha dimostrato che il sentiment anti europeista non va sottovaluto.

Il governo del cambiamento a traino Lega e M5S potrebbe essere la forza dirompente che alla fine porta a una spaccatura del blocco. I due partiti divergono su molte questioni, ma sono concordi nel ritenere che il progetto dell’Europa unita è pieno di falle e che l’ideale – potendo farlo – sarebbe tornare al periodo pre Trattato di Maastricht. Da quando l’Italia ha fatto il suo ingresso nell’area euro il rapporto tra debito e Pil è balzato dal 105% al 133% attuale.

A prescindere dall’incarico o meno di ministro del Tesoro a Paolo Savona, un 82enne professore che ha un’opinione negativa del progetto della moneta unica e del ruolo della Germania (In un libro che sta per essere pubblicato dice che “non è cambiata dai tempi del Nazismo”), l’ex ministro dell’Industria sotto Ciampi negli Anni 90 rappresenta bene l’idea che ha la Lega – e in parte il M5S – sulle regole e vincoli europei.

Dopo che le parole di Savona sono state pubblicate in un quotidiano questa settimana, Matteo Salvini, leader della Lega, ha annunciato su un tetto di Roma su Facebook Live che Savona “è un economista, un esperto riconosciuto in Italia e nel mondo intero. La sua sola colpa è di aver osato dire che – così com’è – questa Ue non funziona“.

L’Unione Europea può vantare diversi successi. Ha favorito il mantenimento della pace tra gli stati membri fin dal Dopoguerra; ha introdotto il mercato comune, che facilita gli scambi di beni e servizi; ha reso possibili una serie di collaborazioni utili in campi come le scienze, la politica e persino gli studi universitari (vedi il popolare progetto Erasmus); ha introdotto il principio della libertà di movimento delle persone, che sebbene rischioso politicamente, ha degli evidenti vantaggi.

Infine, ha portato alla nascita della moneta unica, un esperimento che per ora non si può definire di successo. Anche chi pensa che il Regno Unito abbia sbagliato a chiedere di uscire dall’Unione Europea, visto che ha sempre mantenuto la sua moneta nazionale e dal momento che il suo mercato del lavoro flessibile le ha consentito di assorbire il flusso in entrata di immigrati dall’Europa, non potrebbe dire la stessa cosa dell’Italia.

Italia: caso esemplare delle falle del progetto europeo

L’Italia ha accumulato un debito gigantesco anche perché erano gli incentivi creati dal sistema monetario europeo a favorirlo. Una banca centrale europea con una strategia unica in materia di tassi di interesse, finisce per imporre le stesse politiche monetarie sia nei paesi virtuosi ed economicamente forti, sia in quelli più indebitati e deboli.

Consapevole di un tale meccanismo fallace, l’Europa ha deciso di imporre dei limiti ai deficit dei governi, ma i vincoli di bilancio non hanno funzionato come sperato. Hanno messo in cattiva luce le autorità di Bruxelles, da cui l’italia ha spesso sentito dire la parola “no” piuttosto che “si”. No alle pensioni, no alle spese infrastrutturali, no a un aumento dei salari degli insegnati e così via.

Siccome i limiti di budget non sono vincolanti, non sempre sono stati rispettati dagli Stati membri. Questo ha creato una disparità di trattamenti e comportamenti in Eurozona e ha amplificato le frizioni tra i paesi del blocco.

La Bce tratta allo stesso modo il debito tedesco e quello italiano: questo aumenta la domanda di BTp che altrimenti sarebbero considerati ben più rischiosi. Idem per la domanda di euro. Mario Draghi ha inoltre chiarito che l’euro è irreversibile e che in caso di crisi l’Italia sarebbe aiutata. Ma l’Italia, al contrario della Grecia, è troppo grande per essere lasciata fallire.

Il ciclo vizioso tra debito governativo e sistema bancario andrebbe rotto per poter permettere al governo di fare default senza trascinarsi con sé nell’abisso il settore bancario, che è interconnesso con quello degli altri paesi dell’area euro come la Germania. Per spezzare il loop, andrebbero introdotti eurobond da far comprare alle banche italiane, al posto dei BTp, oppure un’assicurazione centralizzata sui depositi in euro.

Italia too big to fail, ma anche too big to save

In assenza di disciplina politica e di mercato, l’Italia ha preso in prestito più di quanto avrebbe dovuto. E non è stata la sola. Quando l’euro è nato nel 1999, il rapporto tra debito e Pil della Francia era del 59%, oggi è del 97%. Quando il nuovo governo Conte proporrà di ridurre le tasse e aumentare le spese, non faranno che ripetere quando già accaduto – fatta esclusione per il periodo di austerity sotto Monti, subentrato a Berlusconi in un momento di crisi economica e di fiducia drammatica.

La colpa è anche della politica italiana degli ultimi anni, troppo volatile e poco efficiente. I partiti sono in perenne campagna elettorale anche durante un periodo non elettorale. Dalla nascita della Repubblica i governi sono riusciti a portare a termine il mandato di cinque anni in una sola occasione: così viene a mancare continuità dell’azione di governo e la possibilità di avere una visione politica economica e sociale a lungo termine per il paese.

Antonio Gramsci direbbe che l’Italia si trova in una “crisi organica” come il paese che lui osservava nel 1910. Si tratta di una crisi che interessa la totalità del sistema, il quale per una ragione o per un’altra non è in grado di generare consensus sociale in termini ideologici ma anche materiali. Le crisi di questo tipo finiscono per alimentare un rifiuto della classe egemone, delle politiche economiche e in generale e di chi è al potere. Non portano per forza a un collasso dell’ordine dominante, bensì a una situazione che Gramsci definiva “interregna” in cui “il vecchio sta morendo e il nuovo deve ancora nascere”. 

La crisi di questi giorni è anche la crisi del modello capitalista italiano post Maastricht, iniziata negli Anni 90 e favorita dall’arrivo della globalizzazione. Anche se questa crisi è da un po’ che ribolle in pentola, è venuta a galla definitivamente ora, con le elezioni del 4 marzo.

L’idea di Lega e M5S è quella di opporsi alle richieste della Germania, sbattendo i pugni sul tavolo e chiedendo eventualmente una rinegoziazione degli accordi. Ma questo non farà che indurire la posizione dei paesi del Nord Europa, che paradossalmente saranno ancora più contrari all’ipotesi di condivisione dei debiti e degli eurobond. Questo non farà che peggiorare il livello di debito pubblico italiano e alimentare il ciclo vizioso tra bond governativi e banche.

A breve termine, l’economia europea sta vivendo un periodo buono: dopo la netta ripresa del 2017, nel 2018 sono cresciute le incertezze anche in considerazione del fatto che la Bce interromperà pesto il suo programma di quantitative easing. Detto questo una crisi è difficilmente preventivatile. Il rapporto tra debito e Pil in Italia intanto però potrebbe gonfiarsi: contrariamente agli obiettivi prefissati dal governo, le misure di stimolo fiscale come la flat tax e altre spese allegre in deficit, non favoriscono una traiettoria di rientro del tasso debito/Pil.

Se così fosse, quando l’economia rallenterà, l’Europa potrebbe trovarsi a dover affrontare una crisi simile a quella della Grecia. Atene era un paese piccolo e gestibile, la cui crisi era realisticamente contenibile. Con l’Italia sarebbe tutta un’altra storia.

 

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