“L’indipendenza della Catalogna? Peggio della Brexit”

8 settembre 2017, di Pieremilio Gadda

“In proporzione, nel lungo termine, il costo economico di una Catalexit (l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna ndr) sulla regione potrebbe superare quello della Brexit per il Regno Unito”. Lo scrive Geoffrey Minne, economista di Ing in una nota riportata da Business Insider. Un evento giudicato “imprevedibile” da Minne, che trascinerebbe Barcellona “in un lungo periodo di incertezza, con conseguenze negative per il settore privato”.

Dopo la sospensione del decreto di convocazione del referendum sull’indipendenza da Madrid per mano della Corte costituzionale spagnola, chiamata ad intervenire con un provvedimento d’urgenza su richiesta del governo Rajoy, nella notte il parlamento catalano ha approvato la legge per il distacco dalla Spagna: entrerà in vigore in caso di vittoria dei sì nella consultazione indetta per il 1° ottobre.

La Catalogna, insomma, non intende fare marcia indietro. E qualche analista inizia a fare i conti: se il governo andrà avanti, “potrebbe generare qualche pressione al ribasso sull’euro”, scrive Seeking Alpha, destinata ad accentuarsi, poi, in caso di successo delle forze indipendentiste, perché finirebbe per alimentare nuovi timori sulla stabilità di Eurolandia e sulla solidità della moneta unica.

In verità, l’esito della consultazione non è affatto scontato. Secondo Bloomberg, i più recenti sondaggi testimoniano una progressiva perdita di consenso a favore dell’indipendenza da parte della popolazione catalana: se ai tempi del referendum scozzese, nel 2014, le dichiarazioni di voto a favore sella secessione dalla Spagna sfioravano il 50%, oggi sono crollate sotto il 35%. È il motivo per cui i mercati hanno sostanzialmente ignorato le ultime vicende della regione di Barcellona: al contrario, nella seduta odierna, la moneta unica è tornata a rafforzarsi sul biglietto verde, sopra quota 1,20, ai massimi dal 2015, sulle ipotesi di un ulteriore ridimensionamento dello stimolo monetario della Bce dal 2018 (così i mercati sembrano aver interpretato le dichiarazioni di Mario Draghi in occasione della conferenza stampa di ieri).

In ogni caso, anche qualora il referendum dovesse passare, rimarrebbe l’ostacolo della Corte Costituzionale che ha sempre bocciato i tentativi della Catalogna di proclamarsi indipendente. E del resto l’articolo 2 della Costituzione spagnola lascia pochi dubbi: “La Costituzione – recita la Carta del 1978 – si fonda sull’indissolubile unità della nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli. Essa riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono nonché la solidarietà fra le medesime”.

Intanto, lo spread tra Roma e Madrid – ovvero il differenziale di rendimento tra i Btp a 10 anni e i corrispettivi Bonos spagnoli è tornato ad assottigliarsi e oggi vale 40 punti base, ai minimi da inizio anno. La discesa dai massimi relativi di 74 punti è iniziata a inizio giugno, proprio dopo la l’annuncio del referendum da parte del governo locale, subito bollato come “illegale” dal Premier Mariano Rajoy. In realtà, è probabile che la progressiva chiusura del gap sia dovuta soprattutto al miglioramento dei dati macroeconomici sull’Italia, che hanno ripetutamente sorpreso al rialzo nel corso degli ultimi mesi.

 

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