Legge copyright UE: piattaforme online costrette a vietare “meme”

20 settembre 2018, di Alessandra Caparello

La nuova legge sul copyright approvata dal Parlamento europeo ha avuto scarsa attenzione da parte dei media nonostante l’impatto a dir poco rivoluzionario su internet. Così scrive ZeroHedge in un articolo in cui analizza la direttiva dell’Unione europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale che ha lo scopo di aggiornare le leggi sul copyright esistenti per i social media e Internet, ma secondo i detrattori crea più problemi che soluzioni.

In particolar modo l’attenzione è posta su due articoli della legge: l’articolo 11, soprannominato “link tax”, e l’articolo 13, definito il “divieto del meme” e che potrebbe sancire la fine dei meme di internet  in tutta Europa.

La nuova legge approvata dal Parlamento richiede che piattaforme come YouTube, Google, Twitter e Facebook siano responsabili delle violazioni del copyright. Ciò significa che queste piattaforme di grandi dimensioni che ospitano immense quantità di immagini, meme e informazioni costantemente aggiornate potrebbero essere costrette a richiedere agli utenti di trasmettere tutto il contenuto attraverso un “filtro di caricamento” che in teoria garantirebbe che le informazioni protette dal diritto d’autore non arrivino on line. Ed è proprio qui che i meme, creati utilizzando immagini ufficiali esistenti di figure politiche, eventi o cartoni animati, potrebbero essere bannati poiché verrebbero probabilmente segnalati da tali filtri di caricamento. L’intento della legge è quello di proteggere i contenuti protetti da copyright di artisti, fotografi, aziende e singoli creatori di contenuti, ma i critici sostengono che cambierà le piattaforme di internet e social media come oggi le conosciamo.

Altra norma molto contestata della legge è l’articolo 11, la “link tax” che prevede l’obbligo per le stesse piattaforme multimediali di pagare una piccola tassa ogni volta che frammenti di un articolo protetto da copyright appaiono in un aggregatore di notizie (vedi Google News). La norma però, sottolinea Wired, non è chiara in quanto non si comprende bene quanto di un articolo deve essere condiviso prima che una piattaforma debba pagare l’editore. La Direttiva afferma che le piattaforme non dovranno pagare se condividono “meri collegamenti ipertestuali che sono accompagnati da singole parole”, ma dal momento che la maggior parte dei collegamenti sono accompagnati da più di un paio di parole, la conseguenza è che molte piattaforme e aggregatori di notizie potrebbero ricadere nell’obbligo.

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