La riforma fiscale inciampa al Senato. La correzione si avvicina?

10 novembre 2017, di Pieremilio Gadda

Un altro sgambetto alla riforma fiscale voluta da Donald Trump. Il piano presentato ieri dalla Commissione Finanze del Senato differisce in modo sostanziale da quella elaborata dai colleghi del partito repubblicano alla Camera. Si parla, in primo luogo, di rimandare di un anno il taglio alle aliquote fiscali sulle imprese, dal 35% al 20%. Una decisione che, secondo il Financial Times, finirebbe per deludere le aspettative dei manager che da tempo chiedono una riduzione della pressione fiscale, con l’obiettivo di guadagnare competitività sui mercati globali.

Altre differenze tra i due testi riguardano le modifiche al sistema di deduzioni su spese mediche e interessi sui mutui e sulle tasse immobiliari. Il Senato, inoltre, mette in discussione uno dei pilastri della proposta presentata alla Camera, ovvero la semplificazione da 7 a 4 scaglioni di reddito per la tassazione delle persone fisiche.

Perché il Senato si oppone a un progetto di riforma più ambizioso? Vuole rispettare il limite dei 1.500 miliardi di dollari di nuovo deficit per i prossimi 10 anni, stabilito dalla risoluzione del budget già votata in entrambe le camere. Vale la pena ricordare che le due aule del Parlamento americano devono approvare lo stesso testo prima che il presidente Usa possa firmarlo, trasformandolo in legge. Sarà quindi necessario una lunga e faticosa opera di convergenza. Destinata, teme qualche analista, a compromettere la fiducia dei mercati nella possibilità di raggiungere un compromesso virtuoso.

La riforma fiscale e il mercato

Se i tagli alle tasse vengono ridimensionati o i tempi si allungano, infatti, il mercato inizierà a scontare uno stimolo meno robusto all’economia. E per comprendere il potenziale impatto sui listini può essere utile ripercorrere la dinamica di Borsa degli ultimi 12 mesi. Dopo l’elezione di The Donald, Wall Street è cresciuta del 22,1%, toccando i massimi storici lo scorso 27 ottobre, a quota 2581,07 punti.

“Il ritmo di crescita maggiore è stato registrato subito dopo le elezioni, grazie al cosiddetto “Trump Trade” – la speranza nei tagli fiscali, nelle politiche a sostegno della spesa, come nel settore delle infrastrutture, e nella generazione di pressione inflattiva, che può rendere i titoli azionari più attraenti. A causa di questo rally e del fatto che i profitti societari non sono cresciuti abbastanza velocemente – avverte Keith Wade, chief economist di Schroders – i mercati azionari sono diventati costosi. Trump ha incontrato diverse difficoltà nel far passare le proposte della campagna elettorale al Congresso, facendo nascere dubbi sul recente rally nell’azionario”.

Morale: ulteriori delusioni sul piano di stimoli potrebbero indurre gli investitori a essere meno accondiscendenti. Innescando la correzione da tempo profetizzata da alcuni osservatori. D’altra parte, però, una politica fiscale meno aggressiva potrebbe mitigare le aspettative di un’accelerazione della ripresa e, a sua volta, mettere la Federal Reserve nelle condizioni di guadagnare tempo nel processo di normalizzazione della politica monetaria.

Non a caso la probabilità di un nuovo rialzo dei tassi a dicembre, implicita nei contratti future sui Fed funds, è scesa in un giorno dal 98,2% al 91,5%. Analogamente, sul Forex il biglietto verde è tornato a perdere forza rispetto alla Moneta Unica.

Si tratta di capire se nelle prossime settimane il mercato si focalizzerà sul bicchiere mezzo vuoto – il ridimensionamento delle atte sulla crescita – o sul mezzo pieno – una stretta monetaria più lenta da parte della Fed e condizioni finanziarie accomodanti per un periodo di tempo prolungato.

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