LA CINA
SORPASSA L’ITALIA

21 dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – E´ un sorpasso che segna un´epoca. La Cina ha ufficialmente scavalcato l´Italia nella classifica delle nazioni industrializzate, relegandoci al settimo posto. L´exploit cinese è avvenuto un anno fa ma è stato rivelato solo ieri dalla revisione delle statistiche sul Prodotto interno lordo: l´equivalente dell´Istat di Pechino ha ritoccato a 1.930 miliardi di dollari il Pil cinese del 2004, contro i 1.670 miliardi dell´Italia. La Cina più di noi, quindi, dovrebbe avere voce nel G-7, il Gruppo dei sette grandi, di cui invece ancora non fa parte.

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Lo scossone nella classifica delle potenze industriali è il risultato di due fattori. Il primo è il divario tra una Cina in irresistibile ascesa e un´Italia inchiodata al suo declino: è da un decennio che Pechino mette a segno regolarmente una crescita del Pil del 9% all´anno, mentre nello stesso periodo l´Italia è affondata nella stagnazione. L´altra novità è la revisione delle statistiche di contabilità nazionale, con cui la Cina ha misurato più accuratamente le dimensioni della sua economia: in un colpo solo il suo Pil è cresciuto di 300 miliardi di dollari, +17%, grazie all´ultimo censimento economico nazionale che ha rilevato un´ampiezza inattesa del settore dei servizi. Si è anche scoperto che la crescita cinese non è solo trainata dalle esportazioni, perché i consumi interni sono più alti di quanto si credeva: un segnale positivo anche per chi guarda al gigante di 1,3 miliardi di abitanti come a un mercato.

In realtà il ritocco al rialzo del Pil di Pechino dovrebbe essere molto superiore. Il peso reale dell´economia cinese è ancora più elevato di quanto non dica il sorpasso sull´Italia. Il valore di 1.930 miliardi di dollari infatti utilizza i prezzi correnti, e li converte usando la parità fra la moneta locale (renminbi o yuan) e il dollaro. E´ quindi un valore ancora inesatto per due ragioni: da un lato perché la moneta cinese è sottovalutata (gli americani sostengono che dovrebbe valere un 20-25% in più), d´altro lato perché il Pil nominale non tiene conto che il livello dei prezzi in Cina è molto inferiore. A parità di reddito il potere d´acquisto è molto più alto a Shanghai e Canton che a Roma e Milano (o New York).

Il vero Pil è quello che viene misurato dalla Banca mondiale applicando il metodo della «parità di potere d´acquisto»: la ricchezza reale di ogni paese viene calcolata in proporzione al costo della vita locale. Secondo quel metodo la Cina non ha sorpassato solo l´Italia ma anche la Francia, l´Inghilterra e la Germania, e insidia il Giappone nel ruolo di seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti. E´ usando quello stesso metodo che la Cia, la centrale di intelligence di Washington, prevede che entro quarant´anni avverrà il sorpasso dei sorpassi: quello della Cina sugli Stati Uniti. Già la settimana scorsa gli americani hanno avuto un assaggio della sfida in atto.

L´Ocse ha rivelato che il made in China ha rubato agli Stati Uniti il ruolo di leader nelle esportazioni di prodotti hi-tech. Dopo un decennio di crescita-record della sua industria elettronica la Cina ha superato per la prima volta l´America come maggiore fornitore mondiale di tutti i prodotti dell´Information Technology: l´insieme delle sue vendite di personal computer, laptop, telefonini e videocamere digitali ha raggiunto i 180 miliardi di dollari contro i 149 miliardi delle esportazioni americane.

Il sorpasso sull´Italia, se è assai meno importante della sfida Cina-Usa, è però un segnale d´allarme per il nostro paese. Coincide con la notizia che nella classifica di Business Week delle 500 multinazionali più grandi del mondo sono scomparse due italiane e hanno fatto il loro ingresso 18 grandi imprese cinesi.
L´Italia è il paese che soffre di più per l´irruzione del made in China sui mercati mondiali, perché il nostro modello di sviluppo è il più vulnerabile a questo tipo di sfida. Abbiamo coltivato specializzazioni in settori come il tessile-abbigliamento e il calzaturiero, dove la disponibilità di un immenso bacino di manodopera a buon mercato dà alla Cina un vantaggio competitivo inesauribile.

Abbiamo tentato di spostarci su fasce a più alto valore aggiunto – puntando sulla qualità e il lusso – ma rapidamente si affacciano sulla scena dei designer asiatici che hanno l´ambizione di gareggiare anche a quei livelli. Si prepara lo sbarco delle auto cinesi in Europa, un altro choc nel settore delle utilitarie come lo fu l´arrivo delle giapponesi e poi delle coreane. Altri paesi industrializzati riescono a compensare almeno in parte gli squilibri commerciali grazie alle multinazionali e alla ricerca scientifica: i francesi vendono alla Cina centrali nucleari, i tedeschi treni ad alta velocità, gli americani i Boeing. Sono tutti settori dai quali l´industria italiana si è ritirata ormai da tempo.

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