L’ ULTIMO DEI FURBETTI

2 marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Dalla borgata Finocchio, via della Bolognetta, periferia degradata a sud di Roma, a piazzetta Cuccia, nel palazzo secentesco di Mediobanca, tempio milanese dell´alta finanza italica; dall´istituto privato per scolari un po´ testoni “Pio XII” di Torpignattara, al Lingotto, santuario torinese della Fiat, accanto ai Canaletto e ai Gustav Klimt collezionati in una vita da Gianni e Marella Agnelli.

Dalle palazzine giallonerastre della Tuscolana e della Romanina, al felliniano Grand Hotel di Rimini. Breve ma intenso, assai poco felliniano, è l´Amarcord di Danilo Coppola, azionista di Mediobanca, proprietario, tra l´altro, di un pezzo di Lingotto e del Grand Hotel riminese, detto “Er Cash” per lo smodato uso di contanti, o “Palazzinaro con la pistola” per il disinvolto maneggiare delle armi da fuoco, da quando sparò per spaventare degli zingari che lo disturbavano in un ghetto di periferia.

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Danilo, dagli altari, è finito ieri in una cella di Regina Coeli – forse nei pressi di quella che ha ospitato a lungo il suo collega furbetto Stefano Ricucci – con l´accusa di bancarotta, associazione per delinquere e riciclaggio. Sic transeat gloria mundi, per dirla con San Paolo. Così la gloria, scema per un ragazzo di borgata neanche quarantenne, “tricologicamente scorretto”, come è stato definito, peccato francamente alquanto veniale rispetto a quelli più seri che gli vengono addebitati per la criniera lunga e liscia che gli copre le spalle.

Il giovanotto è riuscito per un po´ a far credere alle banche, della cui ingenuità fortissimamente dubitiamo, e a questa Italia abituata in ogni dove alle scorrerie dei lanzichenecchi della finanza, della politica, della cultura e anche dello spettacolo, di essere diventato in un battibaleno uno degli uomini più ricchi d´Italia, con un patrimonio di tre miliardi e mezzo di euro, diconsi settemila miliardi di vecchie lire.

Può un figlio di borgata, col papà Paolo impiegato morto di ictus poco più che sessantenne e con la mamma Francesca che non più di vent´anni fa vicino al bar “Billi” inscatolava le alici per arrotondare il bilancio di casa, aver scalato la ricchezza e il potere nell´arco di tempo in cui i figli della borghesia benestante impiegano a studiare e a trovare, forse, un posto da 1500 euro al mese ? Può darsi che per realizzare il “sogno americano” serva nascere intelligenti e determinati alla borgata Finocchio. Ma, se vogliamo, è più probabile che in borgata si trovino con meno difficoltà le “pudenda” di un capitalismo prima asfittico e un po´ ottuso, oggi, per molti versi, di speculazione, d´avventura, di collusione, quando non di di riciclaggio. Niente di nuovo, per la verità.

Trent´anni fa a salvare l´Italia dal disastro sindoniano, che era cominciato con la Generale Immobiliare, fu chiamato dal potere democristiano incarnato allora da Ferdinando Ventriglia, un manipolo di palazzinari romani di cui oggi neanche si ricordano i nomi. E Salvatore Ligresti, che mai incarnò la lucentezza di un capitalismo delle regole e delle responsabilità, fu per anni la sponda di Enrico Cuccia, che familiarmente chiamava il suo corregionale siciliano “don Salvatore”. Nel caso Ambrosiano-Calvi, che finì con l´impiccagione del banchiere sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, erano coinvolti insieme il Vaticano, lo Ior, e la banda della Magliana, con faccendieri che sono ancora attivamente sulla piazza.

Con “Er Cash” è stato arrestato Luca Necci, ex cognato di Ricucci, un dettaglio che “ad abundantiam” ricongiunge i fili del capitalismo delinquenziale che negli anni del berlusconismo – per carità, non che anche prima non fosse capitato – ha spadroneggiato, nella convinzione di poter violare tutti i santuari del potere, compresa la “magnifica preda” del Corriere della Sera. Ma tra i “bad boys” di borgata che hanno messo a ferro e fuoco la finanza negli ultimi anni non sono state sempre rose e fiori. Chi ha assistito o avuto eco diretta di qualche riunione dei “concertisti” durante la scalata fallita dei furbetti alla Banca Nazionale del Lavoro, racconta del crinierato della borgata Finocchio che attacca il collega ex odontotecnico di Zagarolo definendolo – pensate un po´ – “inaffidabile”, mentre quello inveiva contro chi voleva «fa´er frocio col culo degli altri».

A Danilo Coppola, che pare nulla abbia a che fare col parzialmente omonimo Frank Coppola detto “Tre dita”, il mafioso che per anni fu in soggiorno obbligato a Pomezia e che di lì pilotò molti affari immobiliari a Roma e nel Lazio, di carattere non ne manca. Quando compra 170 milioni di azioni della Bnl, Diego Della Valle lo invita a prendere un tè all´Hotel Eden di Roma e più o meno gli dice: caro signore, quello che lei ha speso per la Bnl oggi vale il doppio, per cui si è fatto un bel gruzzolo, perciò lo monetizzi, per favore, se ne vada, perché uno come lei nel consiglio d´amministrazione della banca non entrerà mai. «E che sono io, uno straccione ? Lei è sicuro di essere più ricco di me?», gli risponde il crinierato e, preso dall´indignazione del parvenu rifiutato, un sentimento che tanti guai ha procurato a questo paese determinando persino la “scesa” in politica di Silvio Berlusconi, si compra il 4 per cento di Mediobanca, di cui nei giorni scorsi ha ceduto la metà per 50 milioni di euro.

Il suo faro di vita, come spesso confida, è Francesco Gaetano Caltagirone, che nelle stanze del potere è entrato, eccome, per ricchezza, per abilità e per parentele politiche acquisite. Ma soprattutto per gli investimenti nei giornali: Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino. Quello è il modo per rifarsi una verginità. Ma il “Corriere” è il boccone impossibile di quel velleitario spaccone di Ricucci e di tutti quelli che lo proteggevano nel giro stretto berlusconiano e della Casa della libertà, che dal banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani hanno succhiato, a quanto pare ai magistrati, tangenti per una cinquantina di milioni di euro: non solo il povero Luigi Grillo, l´ ex democristiano ligure organizzatore della lobby pro Antonio Fazio durante la partita Antonveneta, ma anche i ruspanti leghisti e il ricco bibliofilo siculo Marcello Dell´Utri, l´inventore di Forza Italia, che nelle vicende dei “bad boys” del capitalismo straccione ha un suo ruolo non di secondo piano.

I figli non hanno le colpe dei padri, per carità. Ma sapete chi distribuì il film da Oscar della signora Ricucci, alias Anna Falchi? Un certo Jacopo Dell´Utri, figlio del sullodato. Allora – si dice Coppola – se il “Corriere” è impossibile cominciamo dal basso: da quell´accrocco editoriale messo insieme da Osvaldo De Paolini, giornalista noto soprattutto per la personale esperienza borsistica, e dai suoi soci, compreso il direttore editoriale Gianni Locatelli, ex direttore del “Sole 24 Ore” ed ex direttore generale della Rai, incorso qualche anno fa, con alcuni suoi colleghi, nell´ increscioso incidente Lombardfin.

Così “Er Cash” sborsa 12 milioni o giù di lì per acquisire il 18 per cento di un´impresa editoriale semiclandestina. Licenzia i commercialisti di borgata e si affida al superstudio torinese dei Segre. Ma non bastano i Segre, il Lingotto, Mediobanca, la Roma Calcio, il piccolo scudo di stampa con i giornaletti finanziari, il palazzo affittato all´Antitrust, a esorcizzare il turbillon inquietante di società nazionali o esterovestite governate spesso da baristi e studenti ignari, la contiguità antica con il commercialista della cosca Piromalli, Roberto Repaci, i trascorsi affari con Giampaolo Lucarelli, l´ombra di Enrico Nicoletti, boss della banda della Magliana.

L´impero di cartone forse è al capolinea. Chissà se lo è pure il giocarello del clan dei neopalazzinari, ribattezzati immobiliaristi – i Coppola, i Ricucci, gli Statuto, i Zunino, ma anche altri, come lo stampatore Vittorio Farina, assistito da personaggi che troviamo già tre lustri fa nelle cronache di Tangentopoli – che con un vorticoso giro di vendite, acquisti, riacquisti, rivendite, di scambi e controscambi, drogano il mercato immobiliare in una bolla gonfia di nulla, creando i fondi virtuali per l´assalto al cielo del capitalismo. Il tutto fiorente sulle fumanti “macerie della politica”, come diciamo non noi, ma il ministro dell´Interno Giuliano Amato.

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