Italia: per rilanciarsi segua l’esempio di Bugatti

10 gennaio 2017, di Daniele Chicca

Se c’è un modo con cui l’Italia può rilanciare la sua industria e ritrovare gli standard di benessere cui il popolo era abituato durante gli anni del boom economico questo è il modello delle auto di lusso come Bugatti. A scriverlo è il Mises Institute, della scuola economica austriaca, secondo cui la generazione che ha prodotto Ettore Bugatti, Enzo Ferrari, Battista Pininfarina, Ferruccio Lamborghini e più di recente ingegneri e designer del calibro di Niccolo Bertone, Leonardo Fioravanti e Giorgio Giugietto è quello di cui l’Italia ha un disperato bisogno.

Capitalisti che conoscono bene la propria materia e menti geniali capaci di fondere l’arte con l’ingegneria sono in gran parte stati degli auto didatti, che sono stati in grado di costruire fondamentalmente a mano le loro auto.

Si tratta di personalità talentuose che hanno perseguito i propri obiettivi seguendo una loro visione, a prescindere dalle circostanze e condizioni politiche esterne. Più di ogni altra cosa, “erano persone pragmatite, dotate di una grande personalità, di zelo visionario e di acume imprenditoriale, che si sono persino rifutate di vendere i loro modelli ai clienti che non erano considerati all’altezza delle loro auto”. Tutto questo in un’Italia devastata dalle guerre.

Il modello del “capitalismo di Bugatti”

Il personaggio principale che viene citato dal Mises Institute è il milanese Ettore Arco Isidore Bugatti. L’autrice dell’articolo, Marcia Christoff-Kurapovna, si riferisce al modello del “capitalismo di Bugatti” come quello che meglio rappresentava una generazione di visionari pieni di inventiva e sapere tecnologico che ha cambiato per sempre, in meglio, l’industria italiana. Non solo nel campo delle automobili ma anche in quello ferroviario, delle attrezzature militari, dell’aerospazio e dei dispositivi commerciali per la casa.

Bugatti, figlio di uno scultore, si è formato all’accademia di Brera senza ricevere un’educazione classica come ingegnere, ma era guidato da una forte auto stima, una grande volontà e fiducia nei suoi mezzi, che gli hanno permesso di superare momenti difficili e anche fallimenti. Per capire quanto credeva nelle sue opere di design basti pensare che le riteneva “purosangue”.

Il primo veicolo del famoso artista delle auto, un triciclo a motore, ha attirato gli investimenti di un aristocratico e gli è valso l’invito di case automobilistiche tedesche per cui Bugatti ha poi lavorato durante la prima guerra mondiale. Dopo aver vinto nel 1901 la medaglia d’oro della Mostra internazionale di Milano con una vettura ideata da lui, ha iniziato a lavorare come progettista in Germania, per le case automobilistiche De Dietrich, Mathis e Deutz.

Nel suo tempo libero Bugatti pensava al futuro. iniziato a lavorare nel suo garage su progetti di vetture leggere, dove ha completato la sua prima auto, la Bugatti T13 (1922), un mezzo che è stato venduto all’asta l’anno scorso per la cifra di 950.000 dollari. Il suo vero capolavoro è stata la “Tipo 35″.

In appena dieci anni ha creato diversi modelli di successo, la imponente Bugatti Tipo 41 Royale (1926–1933), la Tipo 50 Superprofilée (1931–1933) e la Tipo 55 Super-sport Roadster (nello stesso periodo) e con l’aiuto del figlio talentuoso Jean ha portato alla luce la serie fenomenale Tipo 57 (1935–1937), che includeva anche l’auto Atalante e la 57SC Atlantic. Di quest’ultimo modello restano solo due esemplari in circolazione, uno dei quali è stato venduto per 30 milioni di dollari nel 2013.

Bugatti era anche conosciuto per essere un inventore innovativo: ha progettato per esempio auto elettriche, cinematografi, una fornace portatile, una canna da pesca elettrica, una macchina per fare la pasta, una turbina eolica e un elettrodomestico autonomo per passare la cera sui pavimenti. Il gruppo che Romano Artioli aveva tentato di fare rinascere, è fallito nel 1992, quando di dipendenti a Campogalliano, in provincia di Modena, ne erano rimasti 150. Da allora i tre capannoni dello stabilimento emiliano hi-tech, dove è stata prodotta la EB110, sono vuoti. Nel 1998 il marchio è stato comprato da Volkswagen e ora è una filiale francese del gruppo tedesco.

Ora Bugatti è una filiale francese di Volkswagen

Bugatti, che lavorava a Molsheim in Alsazia, credeva ciecamente nelle sue auto e sceglieva accuratamente i suoi clienti. Una volta si è per esempio rifiutato di vendere un’auto al Re Zog dell’Albania per via delle sue maniere rudimentali a tavola – almeno così dice la leggenda. Un altro cliente si lamentò per il fatto che la sua auto non si accendeva d’inverno: Bugatti gli disse che se poteva permettersi una Bugatti, poteva anche permettersi un garage riscaldato.

La sua filosofia e ambizione possono riassumersi in una frase: “Costruisco le auto che mi piacciono”. Bugatti ebbe successo in un’epoca difficile, tra crisi economica e guerra, senza tanti contatti nel mondo dell’industria, grazie alla sua volontà e al suo genio visionario controcorrente.

Oggi l’industria progettuale dell’auto italiana, in particolare a Torino, può vantare ancora ingegneri molto validi che sono corteggiati dai colossi tedeschi e giapponesi. Il mercato del design automobilistico indipendente vale circa 3-5 miliardi di dollari, secondo le stime del Mises Institute.

“Se l’Italia riuscisse a ottenere il massimo dalle sue grandi risorse di creatività, strozzate dall’incompetenza dello Stato e dalla burocrazia che tarpa le ali alle iniziative imprenditoriali”, dice l’istituto fondato nel 1982, “non c’è limite a quanto lontano possa andare se accetta di essere il motore della sua ripresa e il progettatore di quel futuro prospero che merita”.

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