ITALIA: PER GUARIRE, ASPETTIAMO
UN ALTRO CICLO?

6 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La malattia che colpisce l’Italia è
una febbre europea che deriva dalla mancanza
di una signora Thatcher per gli anni
Duemila. L’Economist lo ripete in continuazione.
John Peet, che si occupa degli affari
del Vecchio continente e in particolare di
quelli italiani nel magazine britannico, lo
ribadisce: “Nell’Europa continentale non
c’è stato nessuno dei fenomeni riformisti e
innovatori che hanno caratterizzato il nord
del continente, l’Irlanda, l’Inghilterra”.

L’Italia
non fa eccezione, nonostante si sia dotata
di un nuovo governo proprio per ripartire
“con serietà”, come ha promesso il premier
Romano Prodi, e nonostante l’ultimo
numero dell’Economist abbia fatto un elogio
del sistema bancario “seducente” del
nostro paese. Peet dice che il governo di
centrosinistra “è in qualche modo ragionevole”
e non si capisce se sotto sotto non intenda
che forse ce lo meritiamo un governo
così.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link style="color:blue">INSIDER

Conferma – certo le copertine e gli articoli
dell’Economist non hanno mai lasciato
dubbi – che Silvio Berlusconi, a suo dire,
era “unfit” per guidare il nostro paese e che
quindi il cambio di guardia è stato un buon
risultato, ma poi dice che ci vorrà “un altro
ciclo prima che l’Italia possa godere di un
governo con una forte vocazione alle riforme”.
Un altro ciclo.

Peet è l’autore dell’inchiesta sull’Italia
“Addio, dolce vita”, che proprio un anno fa
fece scalpore, fotografando un’Italia un po’
I N A TTESA DI UNA NUOVA SIGNORA THATCHER
ingabbiata nei pregiudizi stranieri. C’erano
alcuni riconoscimenti al signor “unfit” – interventi
strutturali sulla previdenza, riforma
del lavoro, riforma dell’università e un
cambiamento della politica estera oltre l’osservanza
franco-tedesca – ma per il resto
era tutta una gran critica, tanto che alcuni
maligni hanno detto che le fonti dell’inchiesta
non erano di quelle che fanno capire
come va veramente l’Italia. Comunque
sia, un anno dopo, con il governo cambiato,
Peet dice che il nostro paese “ha bisogno di
riforme forti” e che qualcosa si è mosso, ma
il suo voto complessivo è “abbastanza basso”.

Elogia il decreto Bersani che “ha portato
un vento di liberalizzazione” e anche
Mr Rutelli, ovvero il Signor Thatcher (con
punto interrogativo, naturalmente) secondo
la definizione del magazine: “Insieme con
Prodi – spiega Peet – Rutelli rappresenta
l’ala della coalizione che vuole vere riforme,
ma è ancora da vedere se vinceranno la
sfida con l’ala più radicale”. L’analista inglese
è piuttosto scettico al riguardo, dice
che nutre parecchi dubbi sul fatto che si
possa raggiungere qualche successo. Bisognerà
aspettare. Un altro ciclo.

Magari potrebbe succedere che, per fare
le riforme, si vada verso un governo di larghe
intese, una grande coalizione? Peet risponde
che questo proprio non sa prevederlo
e comunque non è che sia molto convinto
che le grande intese possano avviare le
riforme, “non avviene quasi mai così, in Germania
non sta andando benissimo”. Beh, a
guardare i dati di crescita dell’economia tedesca
e i movimenti sul fronte della sanità –
per quanto piccoli e per quanto incompleti
– ci si potrebbe pure accontentare, ma secondo
Peet “la crescita non dipende dalla
Grosse Koalition” e quindi il punto resta
sempre lo stesso. Un altro ciclo.
Sulla politica estera, invece, Peet è molto
più fiducioso, dice che abbiamo “un buon
ministro degli Esteri” e che il nostro ruolo
nella comunità internazionale è molto migliorato.
Nonostante le litigate continue sulle
missioni buone e su quelle cattive. Nonostante
l’incontro con il presidente iraniano,
Mahmoud Ahmadinejad. Nonostante non si
possa citare la parola “combattere” senza
che qualcuno della maggioranza dichiari di
voler uscire immediatamente dal governo
che, “con le percentuali risicate che ha, non
si può permettere di correre troppi rischi”.
Nonostante tutto ciò, la politica estera è uno
degli ambiti in cui il nuovo governo si è mosso
con più dimestichezza. Per il resto la cura
è quella del rinnovo della leadership. Per
Peet, l’opposizione starebbe un bel po’ meglio
se si lasciasse alle spalle il signor “unfit”
e puntasse su nuove guide. Per esempio
– ed esita un po’ prima di fare i nomi – Gianfranco
Fini e Pier Ferdinando Casini, entrambi
“di grande effetto”. Non proprio nomi
nuovi, ma insomma. Comunque, anche
per questo, ci sarà da attendere. Un altro ciclo,
appunto. L’unica domanda è: ma ce ne
sarà il tempo?

Copyright © Il Foglio per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved

Hai dimenticato la password?