Islanda fuori da crisi a tempo record, perché ha lasciato banche fallire

16 marzo 2017, di Alberto Battaglia

Domenica scorsa l’Islanda ha rimosso gli ultimi controlli sui movimenti di capitale, una mossa che, nelle intenzioni dell’esecutivo incentiverà l’ingresso di nuovi investimenti esteri nel Paese. Il significato di questo provvedimento, però, è ben superiore: è la rimozione dell’ultima eredità consistente della profonda crisi finanziaria che travolse il Paese nel 2008. Allora i debiti accumulati dalle banche nazionali arrivarono a 86 miliardi di dollari, una cifra che, considerato il Pil della nazione (13 miliardi nel 2009) non lasciò scampo alla classe dirigente: le banche furono lasciate fallire.

 

Ciò che, però, stupisce della storia islandese, a distanza di quasi dieci anni, è la velocità della ripresa. Il Pil, pur non essendo tornato ai livelli massimi sperimentati nel 2007 (come , è cresciuto nel 2016 del 7,2%: più della Cina. In termini di reddito pro capite i livelli sono molto vicini, invece, ai massimi storici. Lasciare che le banche falliscano è così male, dunque? Questo è l’interrogativo sollevato dal columnist Matthew Lynn sulle pagine del Telegraph. Nell’immediato, è vero, il colpo è stato molto grave; la disoccupazione passò dal 3 al 9%, e, soprattutto, la corona si svalutò dell’80%.
Quattro famiglie islandesi su dieci, inoltre, furono dichiarate tecnicamente insolventi a causa dei mutui contratti in valuta straniera, divenuti carissimi da restituire dopo il deprezzamento della divisa nazionale.

 

Eppure, nel 2016 la disoccupazione è tornata al 3% e il tasso di crescita esuberante fa ben sperare per il futuro. Un esempio da seguire, dunque? Secondo Lynn l’esempio da trarre, all’indomani della crisi, sarebbe stato quello di tutelare solo i depositi nazionali; in tal modo “i crediti deteriorati sarebbero stati immediatamente annullati, anziché gravare come una pietra miliare aggrappata al collo del Paese per gli anni avvenire”. Resta solo un dubbio, non da poco: lo stesso schema avrebbe funzionato anche nel caso delle banche con importanza sistemica, in Paesi ben più grandi?

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