Internazionalizzazione, investimenti, innovazione: miti falliti?

8 marzo 2017, di Luciano Martinoli

Un articolo dell’Economist di qualche settimana fa, pubblicato in italiano sul numero di “Internazionale” del 2 marzo, non poteva essere più esplicito: “Multinazionali in ritirata”.

Alcuni dati, infatti, parlano chiaro:

  • …negli ultimi cinque anni i profitti delle prime settecento multinazionali del mondo industrializzato sono diminuiti del 25 per cento.”
  • “…i profitti delle aziende nazionali sono cresciuti del 2 per cento.”
  • “Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, i tre paesi che da sempre ospitano le multinazionali più grandi e più importanti, il roe sugli investimenti all’estero si è ridotto a percentuali comprese tra il 4 e l’8 per cento.”

La ovvia conclusione che questi numeri portano ad affermare, come riporta il giornale, è che “Le opportunità offerte dai mercati esteri si sono esaurite.

Fine del mito dell’Internazionalizzazione?

Sembrerebbe di sì, ma perché? Continua l’Economist:

Negli anni novanta e duemila i governi volevano che i loro campioni nazionali si internazionalizzassero per diventare più grandi e intraprendenti… Le multinazionali attive negli Stati Uniti, che pesavano per il 19 per cento nell’occupazione del settore privato, garantivano il 25 per cento dei salari privati, il 25 per cento dei profitti, il 48 per cento delle esportazioni e il 74 per cento degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Lo scenario è cambiato dopo la crisi. Le multinazionali sono state accusate di produrre disuguaglianza. Portavano lavoro all’estero, ma non in patria: tra il 2009 e il 2013 solo il 5 per cento (400mila posti di lavoro) dell’occupazione netta creata negli Stati Uniti si poteva attribuire alle multinazionali con sede nel territorio nazionale…I profitti derivanti dalle proprietà intellettuali finivano in tasca a una ricca élite di azionisti.

Raccontata così sembrerebbe un finale a lieto fine di una storia dove una banda di “cattivi”, le multinazionali, ha scoperto che la pacchia è finita e vi è la rivincita dei “buoni”, le aziende nazionali, che fanno del bene in loco. Purtroppo non è così, la storia è più complicata e, soprattutto, più preoccupante.

Un recente articolo del Wall Street Journal (WSJ) riporta un dibattito tra Larry Fink, CEO di BlackRock, il più grande asset manager del mondo (più di 5.000 miliardi di dollari in gestione) e Warren Buffett, a capo della società di investimenti di maggior successo del pianeta, la Berkshire Hathaway.

Il primo lamenta la scarsa propensione delle aziende ad investire sul lungo termine mentre privilegiano il breve termine con riacquisti “ad un ritmo furioso” di azioni proprie e la troppo generosa politica di dividendi.

Buffett gli fa eco lamentandosi che gli investitori sono pieni di soldi e costantemente a caccia di opportunità ma non ne trovano: “Non sono a conoscenza di alcun progetto allettante che in questi anni sia morto per mancanza di capitale. Se avete candidati chiamateci!

Dunque giusto e corretto il richiamo ad investimenti di Fink, ma investimenti in cosa, ricorda Buffett, visto che non ci sono progetti (e che pure l’internazionalizzazione, come riporta l’Economist, non è più quell’area di investimento così allettante come in passato)?

Possibile che, a partire degli Usa paese elettivo dell’innovazione, si sia persa la spinta ad innovare? Pare proprio di sì, stando ad un recente libro dal titolo The Complacent Class del professor Tyler Cowen professore di economia presso la George Mason University.

A partire da alcuni dati (diminuzione del numero delle start-up sul totale delle aziende Usa, crollo del 50% dei cambi di lavoro all’anno dei dipendenti alla ricerca di migliore opportunità, caduta della produttività e della registrazione di brevetti) il prof. Cowen teme che l’America sia sempre più caratterizzata da “una avversione al rischio così come verso qualsiasi cosa che sia insolita o differente.

Egli vede molti segnali che “la popolazione americana sta perdendo la capacità di immaginare un mondo dove le cose cambiano rapidamente per molti se non per tutti”.

Quale può allora essere la morale di queste tre viste diverse, ma complementari, della stessa realtà?

La prima la fornisce proprio il Prof. Cowen quando nota  un “spostamento delle energie sociali dal costruire un mondo nuovo e più libero a un riorganizzare i pezzi del mondo che già abbiamo”.

Stiamo ottimizzando ciò che c’è e questo significa fare le stesse cose a meno (Uber, Airbnb, estrazione petrolio tramite fracking, ecc.) col risultato netto che qualcuno, o qualcosa, ci guadagnerà a scapito di qualcuno o qualcos’altro.

La seconda, e forse più importante, è che è finita l’era della “innovazione facile”, quasi banale. Abbiamo un armamentario di tecnologie che non si era mai visto prima nella storia dell’umanità e sta venendo fuori che ci manca la tecnologia più importante: come progettarne usi migliori, per creare mondi “più liberi e nuovi”.

Le aziende, come altri attori in altri ambiti della società (la politica, i movimenti ecologici, i media, ecc.), devono convincersi che il business è un’attività progettuale e che per la sua natura sociale tale progettazione non può che essere condivisa. Realizzare Business Plan professionali allora non è esercizio pleonastico per alimentare commercialisti o foglie di fico ad uso e consumo degli investitori ma la rappresentazione di un processo progettuale esteso e approfondito che può trovare alternative di sviluppo a quella internazionalizzazione sempre più povera denunciata dall’Economist, soddisfare con maggiori investimenti le richieste di Larry Fink, attrarre i denari di Warren Buffett, rilanciare l’innovazione calante, dandole nuova energia, di una classe “soddisfatta” e annoiata denunciata dal prof. Cowen.

A quando una mobilitazione su questo aspetto, che indirizza la causa prima dei nostri mali, invece di pensare a curarne e mitigarne solo gli effetti?

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