Intelligenza artificiale: la sfida della Cina è anche questione geopolitica

4 dicembre 2018, di Alberto Battaglia

Lo scorso agosto la Cina ha annunciato una sfida miliardaria. Un fondo di venture capital statale, Starquest Capital, assieme con JD.com e Sequoia Capital China costituiranno una nuova società d’investimento che avrà una dotazione di 40 miliardi di yuan (5,8 miliardi di dollari). Lo scopo: finanziare realtà imprenditoriali in settori ritenuti strategici per il futuro tecnologico del Paese. Il protagonista è uno su tutti: l’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato da Pechino è quello di acquisire la leadership nel settore entro il 2030.

Perché attribuire tanta importanza strategica a questo settore? Una possibile risposta a questo interrogativo l’ha fornita Bernard Marr, autore di numerosi best-seller sull’innovazione tecnologica: “L’IA diventerà sempre di più materia della politica internazionale”. Vale a dire, che la supremazia in questo campo potrà influenzare i rapporti di forza fra le nazioni, similmente alla politica energetica o alla potenza militare – elementi naturali di qualsiasi analisi geopolitica.

Marr ha notato come lo sforzo della Cina, preso atto del clima protezionistico promosso anche dalla presidenza Usa, sia inteso a raggiungere una maggiore autosufficienza in ricerca e sviluppo delle tecnologie. Fra gli esempi di una maggiore autonomia in in tal senso, Marr ha citato la volontà da parte di Huawei, fra i maggiori produttori di smartphone al mondo, di sviluppare i propri chip AI, nel tentativo di affrancarsi da produttori americani come Intel e Nvidia.

“Allo stesso tempo, Google è stata pubblicamente criticata per la sua apparente disponibilità a fare affari con aziende tecnologiche cinesi (molte con legami con il governo cinese) per poi ritirarsi (dopo la pressione dei suoi dipendenti) dagli accordi di lavoro con le agenzie governative degli Stati Uniti a causa di preoccupazioni la sua tecnologia possa essere militarizzata”, ha aggiunto Marr in un intervento su Forbes.

Le tensioni che deriveranno da una visione nazionalistica dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ha spiegato l’esperto tali tensioni potrebbero compromettere la velocità del progresso tecnologico e lo sviluppo di standard comuni “che incrementerebbero di molto l’utilità dell’IA”.

La febbre dell’IA non risparmierà nemmeno le aziende italiane: secondo il rapporto Digital Transformation di Dell Technologies il 52% delle aziende investirà nell’intelligenza artificiale.

Ma anche l’Unione Europea ha fatto sentire la sua voce in merito nel corso del 2018. Lo scorso aprile la Commissione Ue ha sollecitato tanto i governi quanto i privati a incrementare la spesa sull’IA, proprio per evitare che Cina e Usa surclassino il Vecchio continente su questo terreno. L’obiettivo annunciato è di aumentare gli attuali investimenti, pubblici e privati, di “almeno 20 miliardi di euro da qui al 2020”.

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