«IN AMERICA IL PEGGIO E’ PASSATO»

22 luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – «Quello di metà luglio è stata il terzo “ribaltone” del mercato di quest’anno dopo quelli di metà gennaio e metà marzo. Ma sarà l’ultimo. La sensazione di crisi comincia a dissolversi». Parla con grande sicurezza Bob Doll, vicepresidente e capo economista della BlackRock, la più grande società di gestione del risparmio del mondo con 1.428 miliardi di dollari amministrati al 30 giugno 2008. «Si cominciano a vedere segnali di recupero, e si sono aperte sul mercato opportunità di acquisto molto interessanti. L’indice Standard & Poor’s, che adesso è sui minimi intorno a quota 1250, risalirà fino a 1450 entro fine anno».

Eppure mentre parliamo le agenzie battono le ennesime notizie inquietanti: la Merrill Lynch ha riportato una perdita di 4,9 miliardi di dollari nel secondo trimestre, peggio delle aspettative, che portano a 19,2 miliardi il conto per la crisi dei subprime pagato dalla banca d’investimento. La stessa Merrill Lynch tra l’altro possiede il 49% della BlackRock, alla quale ha ceduto due anni fa la gestione dei patrimoni privati. BlackRock peraltro continua a macinare utili: nel secondo trimestre li ha aumentati del 23% sullo stesso periodo del 2007 arrivando a 274 milioni. Si dice che per salvarsi ora la Merrill Lynch potrebbe vendere proprio questo gioiello di famiglia, dopo essersi liberata delle partecipazioni in Bloomberg (il 20% per 4,4 miliardi) e in Financial Data Services di cui ha ceduto il controllo per 3,5 miliardi. Su questo Doll non commenta, ma sulla situazione generale invece sì, e rinnova il suo «prudente ottimismo», come lo definisce lui stesso.

Mercato tremendo. Ma non si possono lasciare i soldi in banca. Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link style=”color:blue”>INSIDER

Cos’è che la induce a questa speranza? Eppure come abbiamo visto le tensioni non mancano…
«Certo che non mancano, e altre ne verranno. La recessione immobiliare è destinata a perdurare a lungo. Ma ci sono segnali favorevoli. Il peggio della crisi creditizia è passato. E poi l’inflazione non dovrebbe impennarsi, gli Stati Uniti ce la faranno ad evitare la recessione anche se per il rotto della cuffia («narrowly»), gli utili delle compagnie non finanziarie andranno bene perché il settore manifatturiero resta solido, perfino il prezzo del petrolio scenderà».

Quest’ultima ci pare la previsione più azzardata. Qual è il motivo?
«Intendiamoci: il greggio si manterrà sempre intorno ai 90100 dollari, ma non arriverà a 200 come qualcuno dice, e neanche a 150. Finirà l’anno su valori inferiori a quelli con cui l’aveva cominciato, appunto intorno ai 100 dollari».

Inevitabile chiederle: quanta parte del prezzo è dovuta alla speculazione finanziaria?
«Sicuramente esiste, però l’elemento preponderante è il mercato. Nel mondo c’è una richiesta forsennata di petrolio soprattutto da parte delle potenze asiatiche che non accenna a diminuire, e ormai i paesi produttori faticano a tener testa a questa domanda visto che diversi pozzi si stanno esaurendo. Questo basta a giustificare prezzi alti. L’elemento nuovo è il rallentamento della domanda da parte degli Stati Uniti, che funzionerà da calmiere delle quotazioni».

Se c’è questo rallentamento significa che gli Usa sono in recessione?
«No, di recessione non è il caso di parlare. C’è una marcata debolezza, è vero, ma l’economia americana ha in sé una forza sufficiente ad evitarle la crescita negativa del pil. A fine anno la crescita sarà per l’intero 2008 del 2% o poco meno. Va peggio l’Europa che raggiungerà sì e no la metà di quella crescita nella sua media. L’Asia invece continua la sua galoppata».

E l’Italia in questo quadro?
«Non ho elementi sufficienti per formulare una previsione specifica. Posso solo dirle che c’è qualche fattore positivo di non poco conto, come il fatto che siete riusciti ad evitare la bolla immobiliare modelloUsa e le conseguenze dello “scoppio”. Altri, come la Spagna, non ci sono riusciti».

Torniamo agli Stati Uniti. Diceva che l’inflazione non è una minaccia. Però, come in Europa, è in crescita anche in America: ha raggiunto il 4% e perfino Bernanke si è detto preoccupato…
«Diciamo che il rallentamento dell’attività economica ha funzioni antiinflattive. E poi il sistema ha risorse sufficienti e le aziende hanno conseguito grazie alle tecnologie aumenti di produttività tali, perché l’attuale trend si ridimensioni spontaneamente una volta attenuata la minaccia del petrolio. Il che come abbiamo visto dovrebbe avvenire nella seconda metà dell’anno. Il tasso core, cioè depurato dei volatili prezzi alimentari ed energetici, si mantiene sotto controllo. Comunque, bene ha fatto Bernanke a tenere desto l’allarme: proprio per questo la discesa dei tassi è finita, e anzi potrebbe cominciare di qui a qualche mese un cammino opposto. Mi faccia aggiungere una cosa sulla Fed: nell’attuale crisi finanziaria si sta comportando benissimo, operazioni come la discount window e tutte le altre agevolazioni al mercato finanziario danno prova di una rimarchevole creatività e stanno funzionando. Anche il coordinamento con le manovre fiscali dell’amministrazione sta dando qualche risultato».

Lei ha preparato una lista delle dieci priorità di cui tener conto. Una di queste dice: le aziende su cui investire sono quelle a maggior capitalizzazione. Allora non è che bisogna tornare sul mercato con cieca fiducia…
«Parlavo di ottimismo sì, ma ragionevole. Bisogna scegliere fra le aziende a più larga capitalizzazione in settori quali l’hitech, la cura della salute o la stessa energia, che diano per di più certezze di crescita sul lungo termine e siano il più possibile multinazionali, cioè in grado di cogliere con l’export i benefici del dollaro debole. Vanno evitati i settori troppo maturi e le iniziative speculative su piccoli gruppi malgrado le promesse di rapido sviluppo».

E al di fuori dell’America?
«Secondo noi ci sono ancora buone opportunità sul mercato di Tokyo. L’economia giapponese ha rallentato ma rimane più forte di quella americana. A questo punto si potrebbero cercare occasioni anche sui mercati cinese e indiano, ora che si sono strutturati efficacemente con sufficienti criteri di trasparenza. E’ vero che le esportazioni verso l’America sono diminuite ma restano due paesi molto forti».

Per finire, lei inserisce fra i “comandamenti” anche un’esplicita previsione per la Casa Bianca…
«Proprio la difficile situazione economica, unita alla guerra impopolare che stiamo combattendo e soprattutto alla capacità organizzativa e carismatica di Barack Obama faranno la differenza. Vinceranno i democratici».

Copyright © La Repubblica. Riproduzione vietata. All rights reserved

parla di questo articolo nel Forum di WSI

Hai dimenticato la password?