Il ritorno di volatilità e inflazione? Mercati impreparati

17 novembre 2017, di Daniele Chicca

A metà settimana la volatilità ha fatto un bello scatto in avanti, ai massimi dal 21 agosto. A livello regionale, l’indice della paura si è particolarmente rafforzato in Europa, dove l’indice misura del nervosismo di mercato ha chiuso al punteggio più alto dal 6 settembre scorso. La strategia di diversificazione ha tuttavia limitato gli sbalzi di prezzo sui mercati e su alcune piattaforme, come quella valutaria, la volatilità si è persino ristretta. Detto questo la volatilità dei titoli azionari quotati sull’indice allargato S&P 500 è in media salita di 5,72 punti percentuale.

La volatilità si sta senza dubbio riscattando in novembre. Dopo le perdite pesanti delle obbligazioni che hanno un rating spazzatura (junk bond) la settimana scorsa, l’indice della paura è tornato a crescere, risalendo dai minimi storici. Mercoledì l’S&P 500 ha perso lo 0,5%, il calo più pesante dal 5 settembre mentre il VIX ha guadagnato 3,06 punti in termini assoluti, un rialzo del 30% su base percentuale, rispetto all’ultimo dashboard pubblicato da S&P Dow Jones Indices, divisione dell’agenzia di rating Standard & Poor’s.

Tim Edwards, Senior Director della strategia di investimenti per S&P Dow Jones Indices, sottolinea però che il balzo percentuale dell’indice non si è tradotto nella prova degli indici legati al VIX. La curva dei futures continua a essere ripida, con un 8,73% di differenziale tra breve e lunga scadenza. I mercati azionari hanno iniziato a cedere terreno ovunque e quasi tutti gli indicatori di volatilità sono in rialzo. In particolare in Europa, il nervosismo è cresciuto in maniera notevole. L’indice VSTOXX ha chiuso sui massimi dal 6 settembre, forte di un progresso di 4,53 punti netti rispetto all’ultimo report di S&P.

Il valutario ha rappresentato un’eccezione: le misure di volatilità per yen, sterlina ed euro sono scese, nonostante le crescenti incertezze politiche. Influenzata dall’epurazione in corso in Arabia Saudita, la volatilità sul mercato del petrolio è salita di 3,43 punti a 29,84. Malgrado l’incremento della volatilità sull’S&P 500, sopra le medie a 12 mesi e a 3 anni, la crescente dispersione di mercato e i livelli bassi di correlazione dicono che la diversificazione ha offerto un porto sicuro per gli investitori.

Secondo Nader Naeimi, head of dynamic markets presso AMP Capital, dovremo rassegnarci a una certa volatilità a fine anno. Il sentiment è troppo positivo sull’inflazione: i mercati sono impreparati a un eventuale surriscaldamento dell’inflazione, che negli Stati Uniti spingerebbe la Fed a un ciclo più aggressivo di strette monetarie. Ai microfoni di Bloomberg lo strategist ha citato il massiccio calo dei prezzi dei Treasuries a due anni, indice di un aggiustamento delle aspettative di politica monetaria.

I mercati stanno sottovalutando il possibile rialzo dei prezzi al consumo: i salari stanno salendo, ma gli investitori “non stanno prendendo seriamente gli ultimi dati macro”. L’inflazione è un indicatore che balza in ritardo, dopo la crescita dell’occupazione In Usa le aspettative sono erroneamente per un andamento piatto dei prezzi al consumo, secondo Naeimi. Non si ripeteranno tassi di inflazione degli Anni 70, ma anche un rialzo a un ritmo ‘normale’ sarebbe sufficiente a spiazzare i mercati finanziari.

Selloff su junk bond e cali azionario contribuiscono al balzo della volatilità

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