IL PIANO DELLA BANDA BASSOTTI

28 dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Di giorno litigano e di notte rubano insieme. Questi se non sbaglio erano i ladri di Pisa. Poi c’è la banda Bassotti (…). L’allusione a Bancopoli è netta. Qualcuno l’ha paragonata a Tangentopoli; altri hanno storto il naso facendo dei distinguo. Non sappiamo chi abbia ragione e chi torto; certo è che le definizioni non contano. Contano invece, e parecchio, i danée, l’entità del bottino.

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Tangentopoli provocò uno smottamento politico e istituzionale di rilevanza sismica, ma era roba da straccioni se consideriamo la quantità abbastanza esigua del capitale complessivo, poche centinaia di miliardi, forse meno. Stupì che i contanti finissero non solo nelle casse dei partiti tradizionali muniti di apparati pesanti e, quindi, onerosi, ma anche nelle tasche dei singoli capi e capetti, bisognosi di quattrini per sostenere un tenore di vita superiore al loro reddito, indennità parlamentare e ammennicoli. Bancopoli coinvolge – per adesso – soltanto i furbetti del quartierino, una decina di uomini responsabili a vario titolo delle operazioni in bilico fra lecito e illecito. Eppure le dimensioni della torta sono enormi. La finanza non si perde negli spiccioli, punta in alto, alla ricchezza.

Di Fiorani s’è detto tutto o quasi; ormai è in galera e la sua storia non eccita più. Prima che andasse a San Vittore, Gianpiero era stimato riverito e temuto; presentemente, chi pronuncia il suo nome fa smorfie di disgusto e sputa per terra non avendo a disposizione il suo volto. Siamo alle solite, non appena cadi in disgrazia, voilà!, ti disprezzano, godono a calpestare il tuo corpo martoriato. Analoga sorte, secondo determinati osservatori nonché commentatori molto gettonati, toccherà a Consorte, deus ex machina dell’Unipol, “gingillone” economicamente poderoso della sinistra. Consorte è assediato. Viene controllato in ogni suo movimento; interrogato, spulciato. Alcuni peccati li avrà commessi. E li sconterà. Sarà costretto a dimettersi addossandosi tutte le colpe. A sinistra usa così, anzi, usava. Si tratta di verificare se i costumi nelle zone rosse sono mutati oppure no. Chi cammina nel fango rischia di macchiarsi i pantaloni con qualche schizzo.

È il caso di D’Alema, rimproverato da alcuni compagni (e non solo da questi) per via della barca, di un conto corrente sulla Banca popolare italiana (ex Lodi) e cosucce del genere. Nulla di drammatico, per carità. Però c’è un però. Chi di moralismo ferisce di moralismo perisce. Auguriamo a Massimo D’Alema di campare (politicamente) a lungo perché ci sembra il miglior fico del bigoncio rosso, e preferiamo avere che fare con lui piuttosto che con certi personaggi del suo “club”. Desideriamo al tempo stesso ricordargli che militare in un partito come quello ex comunista, il quale fece e fa della questione morale il proprio cavallo di battaglia, porta male. Moraleggia oggi moraleggia domani, il moralista professionale viene trascinato sul rogo per un paio di scarpe medio-lusso, un natante e un leasing.

Il dovere fondamentale dei liberali è non dividere l’umanità in buoni e cattivi, in giusti e reprobi, bensì accettare che il marcio stia ovunque e fare in modo di limitarne i danni. Non è elegante dare addosso a Berlusconi e amicucci per il conflitto di interessi, e poi aspirare a fare il Berlusconico in sedicesimo. Anche perché i compagni sono ambiziosi e invidiosi; se uno di essi mira al Quirinale, per esempio, cercano di stopparlo. E se non hanno argomenti validi si arrampicano sulle barche col pretesto della questione morale. Chiaro il concetto? Bancopoli è bipartisan, ecco la novità rispetto all’epoca di Mani pulite. Siccome nessuno è innocente, occhio agli untori, numerosi oggi quanto dodici anni orsono. Consiglio a D’Alema: si guardi dagli amici, stavo per dire compagni.

In conclusione, un tentativo di interpretazione della storiaccia. I furbetti del quartierino avevano un piano meno idiota di quello che è stato loro attribuito. Non è fallito perché malcongegnato. Figuriamoci. Si è inceppato a causa della eccessiva disinvoltura di chi lo stava realizzando, che si riteneva intoccabile, date le amicizie e le protezioni (vedi quella di Fazio). Spiegazione a prova di scemo. Scena numero uno. Scalare Antonveneta. E fonderla con la ex Lodi. Scena numero due. Scalare la Rcs (Corriere della Sera) e deporla nella cassaforte in attesa di adoperarla quale arma nucleare contro eventuali disturbatori.

Scena numero tre. Scalare Telecom (vicenda entrata ieri ufficialmente nell’inchiesta) e farsi una risata alla faccia di Tronchetti Provera e salotto buono. Scena numero quattro. Attaccare Capitalia e infilarsela in saccoccia. A un certo punto, se tutto fosse proceduto come da disegno, i furbetti sarebbero stati i padroni d’Italia, addirittura di Mediobanca. Per loro staccare un assegno da 50 mila miliardi sarebbe stato come per me staccarne uno da 500 euro. Chiamali scemi. Il progetto è abortito per la stessa ragione per cui era stato architettato: la politica non fa più il suo mestiere, ma si aggrappa al denaro, confidando di rimediare la cresta. Al posto della politica è entrata in azione la magistratura. Che ascolta i grandi avvocati e i vecchi ricchi, mentre sospetta di quelli nuovi e un po’ burini. La festa è finita, fuoco alle cataste di legna. Chi non ha capito, peggio per lui.

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