IL MALESSERE
DELLA POLITICA

14 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Stupore e smarrimento sulle facce dei rappresentanti fischiati dai rappresentati, dei sindacalisti contestati dagli operai, degli onorevoli sbeffeggiati dagli elettori, dei poveri che svoltano a destra, dei consensi che svaniscono e non si sa come sostituirli, del generale malessere, della politica per cui se l´Unione ha i suoi guai non è che la Casa delle Libertà stia molto meglio. Interrogata sulla fragilità e imprevedibilità del consenso la senatrice Finocchiaro, che guida l´Unione al Senato, ha risposto: è una paura a cui la politica non sa dare una risposta convincente. Pensiamo che sia una risposta giusta.

Una paura da anno mille che tutti alimentano come mossi da un cupio dissolvi, paura della nostra barbarie che dura come del nostro progresso senza ordine, paura di catastrofi possibili e inevitabili, credibili in ogni senso, le acque che sommergono le terre come la siccità totale, la scienza che soccorre come quella che uccide, l´incertezza sulle previsioni come sui rimedi in cui i politici si trovano in prima fila sotto un fuoco amico che al minimo stormire di vento si trasforma in nemico, vedi l´incauta apparizione al Motor Show di Bologna di Romano Prodi che è uomo esperto e paziente, ma non può pensare di giocare impunemente entrambi i ruoli, quello del governante attento solo al bene pubblico e quello del populista in cerca di applausi.

Perché il ceto politico di sinistra come di destra attraversa un periodo di crescente impopolarità? Perché i fischi a Prodi fanno la pari con l´agitarsi a vuoto di Berlusconi, che quando bacia e abbraccia l´arrugginito Bossi sfiora l´osceno? Una delle ragioni principali a nostro avviso è l´uso padronale, monopolistico che i politici italiani di destra come di sinistra fanno del mezzo televisivo. Si sono abituati da decenni a considerare le televisioni come cosa loro in cui anche l´ultimo dei peones ha diritto di apparire come mezzo busto, di dire la sua anche se il tempo e lo spazio che gli vengono concessi dall´orchestra sono risibili, un privilegio immeritato e controproducente. Si convincano i politici che l´informazione, soprattutto quella televisiva, deve essere affidata agli informatori responsabili, selezionati, che hanno qualcosa di serio da dire. E non a tutti quelli che vogliono comparire. Si convincano che le recite, i cafarnao della democrazia televisiva, i dibattiti in cui l´occupazione principale dei partecipanti è di strappare la parola agli altri o di intimidirli con presunzione e maleducazione, non funzionano più. Alla lunga il telespettatore si chiede se alcuni politici di facile eloquio siano stati eletti per fare i galletti nelle stie televisive o per governarci. Il consenso democratico degli elettori agli eletti è diminuito anche per la protervia e direi la cattiva educazione con cui essi respingono o mal sopportano le proteste o le critiche che gli vengono mosse. La nostra purtroppo è nata come democrazia di notabili di superciò. A destra come a sinistra. Agghiacciante in tal senso l´episodio del comunista Palmiro Togliatti che nell´aula di Montecitorio smise di parlare con Pajetta perché un compagno senza nome si era avvicinato troppo e non se ne andava. La reazione di un nostro notabile agli interventi di un cittadino qualsiasi è ancora quella di Berlusconi che si rivolge a un carabiniere e gli chiede di “prendere le generalità” di chi lo disturba. La gente ha paura ed ha ragione di averla. E altre ne aggiunge ogni giorno. Non c´è da avere legittima paura? E il dovere della politica non è quello di affrontarla, di controllarla?

Copyright © La Repubblica per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved

Hai dimenticato la password?