IL CONFINE TRA AFFARI E POLITICA

20 dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Finalmente il Governatore della Banca d´Italia, Antonio Fazio, ha rassegnato le dimissioni; ma scriviamo la parola «finalmente» non già con letizia ma con un sentimento di profonda tristezza e di non fugata preoccupazione. È infatti la prima volta nella storia dell´Italia repubblicana che il capo dell´Istituto preposto al governo del sistema bancario e alla vigilanza sulla corretta gestione del credito è costretto a cedere i suoi poteri di fronte all´evidenza di anomalie, illecite connivenze, ipotesi di reato indagate dalla magistratura, pressione pressoché unanime dell´opinione pubblica interna e internazionale.

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Se si vuole cercare un precedente d´una situazione così eccezionale bisogna nientemeno risalire a oltre cent´anni fa, allo scandalo della Banca Romana e alle torbide connivenze che ne emersero con affaristi di dubbio conio, politici corrotti e addirittura legami con la Casa reale. Nacque proprio da quello scandalo la radicale riforma delle banche di emissione e la nascita di un unico Istituto con poteri esclusivi sulla moneta e sul credito.
Ora almeno Antonio Fazio potrà dedicarsi alla difesa del suo operato senza coinvolgere l´Istituto che ha fino a questo momento guidato. Difendersi e chiarire è un suo diritto. Lasciare la carica di fronte ai fatti emersi con incalzante evidenza era un suo dovere cui ha adempiuto tardivamente dopo aver tentato di opporvisi con testarda e improvvida resistenza.

Il governo nel suo complesso ha dato per sei lunghi mesi uno spettacolo d´incapacità decisionale inquietante, diviso fino a pochi giorni fa tra nemici e amici del governatore, con un presidente del Consiglio sostanzialmente latitante e la Lega arroccata fino all´ultimo nella difesa acritica di Fazio.

Va detto con franchezza che la spallata d´una situazione ormai insostenibile è stata data da Giulio Tremonti che ha costretto Berlusconi ad uscire dalla nebulosa in cui si era chiuso e in cui probabilmente intendeva restare fino alle elezioni della prossima primavera.

Il ministro del Tesoro ha dovuto minacciare le sue dimissioni se il governo non l´avesse compattamente seguito revocando la fiducia al governatore e preparando nuove norme in proposito. Le avrebbe certamente date se il Consiglio dei ministri di oggi avesse ancora preso tempo o avesse scelto formule pasticciate e ulteriormente dilatorie.

La determinazione di Tremonti d´altra parte non sarebbe stata così ferma senza l´intervento della magistratura sulla scalata Antonveneta. Cominciò, ricordiamolo, con le intercettazioni telefoniche dell´estate scorsa, che pure avevano suscitato tante e spesso palesemente interessate polemiche. Poi è arrivato l´arresto di Fiorani, le sue dichiarazioni, la chiamata in correità del governatore e l´iscrizione di quest´ultimo nel registro degli indagati. Queste sono state le tappe di una vicenda tristissima dalla quale occorre oggi ricavare esperienza e insegnamento per il futuro.

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Il primo insegnamento riguarda la struttura di governo della nostra Banca centrale, che va radicalmente modificata tenendo fermo il principio della sua assoluta indipendenza rispetto al potere politico, in conformità a quanto avviene per la Banca centrale europea.
L´indipendenza non va confusa con una autoreferenzialità che con la gestione di Fazio aveva di fatto messo la Banca d´Italia al di fuori del circuito istituzionale confinandola in un isolamento irresponsabile e insostenibile.

È vero che un caso del genere non era mai accaduto prima; i governatori che si sono succeduti dal 1946 in poi, pur ricoprendo un incarico senza termine, hanno costantemente colloquiato con il ministro del Tesoro, pronti a rimettere il loro incarico al solo sentore di non goder più la fiducia del governo. Così fu per Menichella, per Carli, per Baffi, per Ciampi: nessuno di loro ha mai pensato ad arroccarsi alle procedure formali di revoca e ciascuno di essi, quando dovette adottare decisioni che potevano essere sgradite al governo in carica, offrì contemporaneamente le proprie dimissioni se esse avessero incrinato il rapporto fiduciario che sta alla base del sistema.

Così è sempre stato in Italia e così è dovunque nelle democrazie occidentali: la Banca centrale è uno snodo autonomo della politica monetaria ma non deve diventare un centro di eversione istituzionale. In qualche modo questo equilibrio complesso tra autonomia e compatibilità di sistema ha la stessa natura che passa tra un ministro della Difesa e un Comandante militare sul campo.
Finora l´equilibrio tra le due autorità monetarie era implicito, ma l´”impazzimento” istituzionale di Fazio richiede una “governance” che lo renda esplicito.

Il mandato a termine di cinque anni diventa così il completamento necessario, insieme alla collegialità delle decisioni del Direttorio della Banca, fermo restando (almeno a mio avviso) che al governatore spetti la parola finale sulle decisioni. Un Direttorio che lo mettesse in minoranza creerebbe infatti una situazione impensabile all´interno di un Istituto che opera sui mercati internazionali e con i tempi rapidi che i mercati impongono.
C´è poi il problema dei poteri della Banca centrale. Quello della politica monetaria non è più di sua pertinenza da quando l´euro e la Banca centrale europea sono stati creati. Ma gliene restano altri della massima importanza.
Alcuni appropriati alla sua funzione, altri no.
Appropriato è certamente il potere di vigilanza sul sistema bancario. Personalmente credo che la Bce dovrebbe essere maggiormente presente di quanto finora non sia accaduto quando si tratti di operazioni transfrontaliere come per esempio le Opa e le fusioni tra istituti di diversa nazionalità.

Non appropriato è invece il potere di autorizzazione in capo alla Banca d´Italia per quanto riguarda la concorrenza tra le banche. Esse sono imprese come le altre e la tutela della concorrenza deve passare alla Autorità antitrust. Non c´è alcuna ragione che rimanga nelle mani della Banca centrale.
Quanto al principio della stabilità bancaria, invocato come massima preoccupazione della Banca centrale, è in buona parte un falso problema. Il mercato giudica. La Banca centrale deve controllare soprattutto l´adeguatezza dei mezzi propri degli istituti di credito rispetto agli impegni che assumono. Si tratta di un controllo necessario e inerente all´attività di vigilanza. Per il resto non esistono problemi di stabilità che non siano affidabili al mercato e agli organi di controllo interni delle singole aziende.

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Le dimissioni di Fazio liberano il campo e consentono di procedere con speditezza sulla via della riforma. È evidente che la nomina del successore dovrà essere rapidissima ma non potrà esser fatta fino a quando la struttura di governo della Banca non sarà stata riformata.
Il Consiglio dei ministri di oggi serve a questo, poi la nuova normativa a cominciare dal mandato a termine del governatore dovrà essere sottoposta al Parlamento e ottenere, come è auspicabile, anche l´approvazione dell´opposizione nei modi che saranno opportunamente trovati per non confondere la concordia su un tema che richiede massima convergenza, con una fiducia al governo che non può certo esser chiesta all´opposizione parlamentare.

È fin troppo ovvio dire che per quanto riguarda il successore di Fazio, serve un nome che ridia la massima credibilità nazionale e internazionale all´Istituto che è stato improvvidamente trascinato in questa vicenda.
Ma l´insegnamento capitale che deriva dallo svolgimento dei fatti riguarda la distinzione di fondo tra la politica e gli affari. Su questo punto c´è ancora, mi pare, molta confusione.
I partiti possono ricevere con le modalità e la trasparenza richieste dalla legge che disciplina il loro finanziamento, aiuti e sostegno da soggetti privati, individui e imprese.
Non c´è scandalo per questo, purché avvengano alla luce del sole.

Il governo non deve mescolarsi alle iniziative delle singole imprese e alle loro operazioni sul mercato. Se lo fa e quando lo fa rompe una regola fondamentale della democrazia e di questo gli elettori debbono tener conto quando decidono il loro voto.
Il governo fa le regole. Le istituzioni vegliano sul loro rispetto. Quando la loro violazione configura un reato interviene la magistratura. Così funzionano i regimi democratici e così vogliamo sia per noi.

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