IL CELLULARE? PRESTO GRATIS PER TUTTI

14 dicembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Perchè pagare la mia voicemail
per sentire che ormai è piena
quando Yahoo! vuole offrirmi
capacità illimitata? È quello
che si è chiesto Chris Anderson,
direttore della rivista americana
Wired, ospite del Nokia
World di Amsterdam. Anderson
ottenne le luci della ribalta
tre anni fa, coniando la fortunata
espressione long tail (letteralmente:
coda lunga), descrivendo le implicazioni dell’era
Internet sui modelli di business. Le nuove tecnologie,
diceva Anderson, metteranno fine all’era del mass
market. Ma le stesse tecnologie hanno provocato, secondo
l’autore, il passaggio «dall’economia della scarsità
all’economia dell’abbondanza».

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L’idea è semplice,
forse non così innovativa, ma trova ancora difficoltà
nell’essere accettata. «Se il costo unitario di qualcosa
(in questo caso l’informazione digitale) si avvicina a
zero, allora puoi considerarlo zero e vendere qualcos’altro.
Che, nel caso di Internet, significa pubblicità
». Un gigabyte di memoria costava nel 1985 circa
100.000 dollari. Oggi vale approssimativamente 40
centesimi. Sembrano lontani i tempi in cui Hotmail offriva
gratis una casella con due megabyte di spazio:
allora il costo era di 100 dollari per giga. E quando il
costo scese a un dollaro, Google lanciò Gmail e, giustappunto,
un giga di spazio a disposizione per la casella
di posta. «Se il costo scende, il valore cresce», sostiene
Anderson. L’industria musicale sembra lontana anni
luce da questi orizzonti. «I file musicali hanno costo
marginale zero, perchè non darli gratis?», suggerisce.

E le energie spese per la lotta contro i mulini a vento
della pirateria potrebbero essere spese invece per quei
beni (prodotti) che non hanno costo marginale zero, anzi,
e cioè i concerti. I voli aerei non sono a costo zero.
Ma alcune compagnie si sono dimostrate illuminate: in
qualche modo è la stessa filosofia che ha guidato il successo
di Ryanair e delle low-cost dell’aria europee che
hanno tanto stupito l’autore a stelle e strisce. «Ogni
abbondanza crea nuove scarsità», che agli occhi del manager
diventano nuove opportunità. Esemplare il caso
di Second Life, che «è un gioco online, ma loro non vendono
il gioco, che è gratis. Bensì vendono terreni», anche
se virtuali. Proprio Second Life potrebbe insegnare
molto ai famigerati tagliatori di costi di tante realtà
aziendali.

Cosa può essere gratis? Sarebbe meglio chiedersi
cosa non può essere gratis. L’economia del dono
(la «gift economy» per dirla alla Anderson) non nasce
ieri. Il «Saggio sul dono» di Marcel Mauss tra qualche
anno festeggerà un secolo. Ma la stessa parola «dono»
nasconde un’ambivalenza. Il latino «donum» vale sia
per l’atto del donare che per ciò che viene donato. Ma
la parola risale al greco «dosis», che vuol dire sia «dono
» che «dose». L’immaginario rimanda a qualche sostanza
mortale. E in effetti la parola «gift», che in inglese
è «dono», in tedesco significa «veleno». Etimologisti
e sociologi si sono a lungo divisi sulla questione. Ma a
riflettere in questo caso è l’uomo di business. Perchè il
dono non si lascia definire. Ed è altra cosa dal baratto.
Se questo implica uno scambio mercantile semplicemente
svincolandosi dalla moneta, il dono è spiazzante,
svincolato dal valore stesso del bene. «L’esperienza
del dono – scriveva qualche anno fa Pierangelo Sequeri
– è sempre anche assai complessa e irrimediabilmente
drammatica. Il gioco della consegna di sé e dell’assoggettamento
dell’altro, della reciprocità e della disparità,
della riconoscenza e dell’imbarazzo, dell’apertura
che rende il donatore irraggiungibile e dell’esperienza
che lo rende soffocante per il donatario, delle continue
oscillazioni tra la fiducia e il sospetto, l’entusiasmo e il
risentimento, è interamente
iscritto nella logica del dono».

Ma se si guarda allo sviluppo
delle applicazioni informatiche
open source che hanno sposato
questo paradigma si capisce
che il gioco può essere win-win.
Anderson dice: quello che si
spende per la benzina in un anno
supera in Europa il costo medio
di un’auto usata. E così racconta
nel suo blog l’idea di un
amico che ambisce a creare «la
più grande società di auto elettriche
nel mondo». Per regalarle.
E limitarsi a vendere l’elettricità.

«Quando il costo della benzina
sembra essere irrisorio nei confronti del costo dell’auto,
tu vendi auto. Ma di questi tempi, è il costo dell’auto
a sembrare irrisorio nei confronti della benzina».
E allora si aprono opportunità per menti laterali. Anderson,
parlando alla platea del Nokia World, non poteva
evitare un riferimento diretto al mondo dei telefoni
cellulari. Intel vorrebbe entrare nel mercato, attraverso
un modello «1+1», cioè ottenere parte dei ricavi dall’hardware
e parte dal software. La rivoluzione sarebbe
invece spostarsi a un modello «0+2»: mettere in
ogni telefono un chip Gps gratis, ma accenderlo a pagamento.
«Ottenendo ricavi solo quando la persona riuscirà
a trovare un modo di utilizzarlo». E facendo così
emergere nuovi servizi e modelli di business.

Il futuro
per i cellulari è simile alla traiettoria seguita dal Web?
Anderson sostiene di non saper ancora rispondere a
questa domanda: memoria dati ed elaborazione «sono
meno free che in altri settori dell’It, la banda larga non
è per niente gratis», ma il trend è lo stesso, e sta diventando
tutto più a buon mercato. Stiamo andando da pochi
prodotti indirizzati a tutti, a milioni di prodotti indirizzati
ognuno a poche persone. E, conclude, «l’industria
della telefonia mobile oggi sembra quella del Web
di dieci anni fa».

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