Capitalismo perde ulteriore appeal: come rifondarlo

17 novembre 2017, di Alberto Battaglia

Le popolazioni di alcuni fra i maggiori Paesi del mondo, a distanza di alcuni anni dalla crisi finanziaria, hanno perso la fiducia nell’economia di tipo capitalista. E’ quanto emerge da una sondaggio curato da YouGov e che rivela come tre quarti dei tedeschi, due terzi dei britannici e oltre la metà degli americani siano convinti che “i poveri diventino più poveri e i ricchi diventino più ricchi nelle economie capitaliste”. Se negli anni immediatamente successivi alla crisi erano le banche o il sistema finanziario nel complesso a essere sotto accusa, basti pensare al movimento Occupy Wall Street, ora la critica è divenuta più radicale. L’avanzata delle tecnologie e la globalizzazione, infatti, producono guadagni che vanno a beneficio, in primo luogo, dei soggetti istruiti e con disponibilità di risparmi da investire. Dall’altra parte coloro che hanno poche proprietà e una scarsa istruzione sono fra i “perdenti” nello scenario in cui si trova il sistema capitalistico.

Partendo da queste premesse, economic strategist prsso l’Hottinger Group, Zac Tate, ha proposto di ripensare non tanto il capitalismo in sé quanto, la decisa correzione delle politiche “che hanno esteso il ruolo del libero mercato oltre i limiti sensibili”. Sulle pagine del sito del World Economic Forum, Tate scrive che “politici ben intenzionati credevano che i benefici e i costi delle politiche del libero mercato sarebbero stati equamente ripartiti”, quando negli anni ’90 si virò verso una nuova fase di liberalizzazione, “quella credenza era sbagliata perché ha eluso il fatto che molte persone possiedono poco più delle loro capacità e del loro tempo, e il libero mercato non ne garantisce un loro uso”.

I possibili interventi correttivi riguardano: una tassa redistributiva che impatti i patrimoni (come suggerito dall’economista Thomas Piketty); “reintrodurre protezioni contro le forze del mercato per coloro che sono privi dell’assicurazione del capitale investibile” (la posizioni di Dani Rodrik); e, infine, ristabilire il ruolo dello stato come protagonista dell’intervento sull’economia (come sostenuto da Mariana Mazzucato). Nello specifico, Tate mette in risalto quest’ultimo punto collegando la necessità di investimenti pubblici nel settore della green economy.

“Mentre i benefici a valle per le imprese nuove ed esistenti sarebbero grandi”, spiega tate, “il mercato non può gestire da solo la transizione. La forte presenza degli idrocarburi nell’economia, il costo di sostituire le infrastrutture di produzione di massa e la preferenza per i profitti a breve termine creano forti incentivi per lo status quo”.

Questo genere di interventi pubblici, assieme alla rerintroduzione di alcuni limiti per il libero mercato e a un sistema fiscale più equo sarebbe alla base di un “new deal” per il capitalismo. Come sempre, il problema sarà trovare un accordo che renda questi impegni una sfida globale e non quella – insostenibile – di un singolo Paese.

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