PIR, i capitali? Non a tutte le pmi, ma a quelle “brave”

20 maggio 2017, di Luciano Martinoli
I Piani Individuali di Risparmio (PIR) sono degli strumenti finanziari composti da titoli di aziende italiane medio piccole che, mantenuti per 5 anni, consentono di essere totalmente detassati. Grazie a questo vincolo, finalmente una parte del risparmio italiano potrà arrivare alle piccole e medie imprese nazionali per finanziare, si spera, i loro progetti di sviluppo. Dal lancio di questo strumento sono stati raccolti svariate centinaia di milioni di euro, dando soddisfazione al Ministero delle Finanze, che l’ha promosso, e agli intermediari finanziari che stanno effettuando la raccolta.
Gli indici azionari dove sono quotate le aziende minori, AIM ma anche STAR, già stanno beneficiando di questo afflusso di risorse registrando un aumento percentuale importante da inizio anno. Già si intravede addirittura la possibilità di una scarsità di “materia prima”, alla quale gli operatori progettano di porre rimedio invitando ed aiutando le aziende non quotate ad andare in borsa.
È l’impegno, ad esempio, di Mediolanum che in un recente evento di presentazione della sua proposta PIR ha annunciato, tramite il suo AD Massimo Doris, che le molte aziende ed imprenditori loro clienti verranno messi “in contatto con strutture specializzate che organizzeranno la loro quotazione”.
Anche Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del Ministero delle Finanze, ha auspicato la possibilità di “trovare degli strumenti affinché tutta questa liquidità arrivi anche alle società meritevoli non quotate” e, in un’altra occasione, aggiunge “devono arrivare capitali non a tutte le pmi, ma a quelle brave”.
Dunque tutti a caccia di pmi “brave” e “meritevoli”, ma…chi lo decide? E come?
Il legislatore non si è mai espresso su questo aspetto. Sia in questo caso, che in passato su incentivi e supporti per le aziende di varia natura (minibond, Industry 4.0, ecc.) ha sempre equivocato (per ignoranza?), l’indirizzo della valutazione della progettualità strategica delle imprese interpretandolo erroneamente  come un ingombrante invasione di campo che avrebbe impedito la “mano invisibile” del mercato nella sua sopravvalutata, e caduta in evidente disgrazia, efficacia.

Infatti di chi è la “mano invisibile”?

Non certo della finanza. Gestori e analisti finanziari non brillano per capacità di comprensione dei fondamentali delle aziende i cui titoli sono chiamati a valutare. Analisi tecniche, basate sulle serie storiche del titolo, analisi di bilancio, di settore, e tutto ciò che ruota intorno al nocciolo della questione, i progetti di sviluppo delle aziende e la loro capacità di eseguirli, senza sfiorarli, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento.
È di qualche hanno fa  l’esperimento condotto in UK nel quale una bambina di 4 anni, con metodi evidentemente casuali, ha surclassato nel rendimento dei suoi investimenti un analista finanziario, che usava ovviamente le “tecniche finanziarie”, e un astrologo, che decideva in base alle congiunture astrali.
Ma c’è anche la testimonianza di Warren Buffet, il migliore investitore del mondo (da 50 anni!), che anche recentemente non ha perso occasione per ricordare l’inefficacia degli operatori finanziari accusati di essere più bravi nella vendita che negli investimenti. Infatti sono ampiamente documentate le migliori prestazioni degli indici azionari, che migliorano da soli, rispetto a quelle di qualsiasi fondo gestito da quei signori.
Allora sono forse le banche capaci di comprendere quali sono le aziende “brave e meritevoli”? Stendiamo un velo pietoso: l’enorme ammontare delle sofferenze accumulate, e che ora stanno svendendo correndo il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca, non è un semplice esempio ma un monumento alla loro incapacità in questo compito.
Hanno imparato qualcosa? Dubito visto che adesso si stanno attrezzando per risolvere il problema nella stessa modalità in cui lo fa la finanza: studi di settore, pareri di esperti, ecc. con l’esito scontato di ottenere gli stessi loro risultati.
Ma oltre al problema principale di scovare le pmi “brave e meritevoli” ce ne è uno che ne discende immediatamente: e se queste fossero in numero insufficiente a soddisfare le richieste dei gestori e dei risparmiatori di PIR? Chi potrebbe aiutare una pmi poco brava a migliorare? Le “strutture specializzate” prima citate che hanno tutto l’interesse a guadagnare le parcelle per la quotazione, indipendentemente dal soggetto che si quota? E, nel caso, in che modo?
La strada maestra per affrontare e risolvere questi problemi è quella della conoscenza della Strategia d’Impresa, unica disciplina in grado di fornire prima gli strumenti per consentire alle aziende di progettare il loro sviluppo e poi di consentire a terzi, la finanza in questo caso, di valutarli.
La mancata adozione degli strumenti di questa conoscenza, e continuando ad ignorare questa dimensione, potrebbe portare ad un fallimento dei PIR. Di conseguenza, trattandosi dei soldi prelevati direttamente dalle tasche degli italiani, si prefigurerebbe una macelleria sociale con effetti economici devastanti e anche sulla fiducia sul sistema finanziario nel suo insieme e sul legislatore incapace di disciplinare il fenomeno. Una ipotesi da evitare ma, allo stesso tempo, facilmente scongiurabile perchè ci troviamo di fronte ad un impedimento di carattere esclusivamente “culturale”.

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