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I paesi maggiori produttori di petrolio. Il ruolo dell’Opec

Guida Petrolio2° Capitolo | 1° Lezione

12 dicembre 2016, di Daniele Chicca

Per la determinazione del prezzo del petrolio a livello mondiale un ruolo fondamentale è svolto dall’Opec (Organization of Petroleum Exporting Countries), ovvero l’organizzazione dei maggiori paesi produttori ed esportatori al mondo di greggio. Attualmente con sede a Vienna, è composta da 12 paesi membri (Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Venezuela, Algeria, Angola, Emirati Arabi Uniti, Libia, Nigeria, Qatar ed Ecuador). L’Indonesia, che ha fatto il suo ingresso nel 1962, e il Gabon, entrato invece nel 1975, hanno lasciato l’Organizzazione nel 2007 e nel 1992, rispettivamente.

Nata nel 1960 a Baghdad, come risposta dei paesi produttori di greggio al predominio economico delle aziende petrolifere straniere, soprattutto anglo-americane, che tra il 1950 ed il 1970 controllavano gran parte petrolio mediorientale, l’Opec ha l’obiettivo di coordinare le politiche petrolifere dei suoi membri. L’organizzazione agisce di fatto come un cartello il cui obiettivo è quello di fissare il prezzo del petrolio sul mercato mondiale, evitando fluttuazioni che possano colpire le economie dei paesi aderenti.

Nel corso degli anni, il suo strapotere nel mercato petrolifero è stato oggetto di forti critiche. Dato che i paesi membri dell’Opec controllano circa l’80% delle riserve mondiali di greggio e quasi metà di quelle di gas naturale, l’influenza dell’organizzazione in questi due mercati è considerevole soprattutto nel breve periodo. Nel lungo termine, la sua capacità di influenzare il prezzo del petrolio è considerato circoscritto, in primo luogo perché i singoli paesi hanno interessi individuali, talvolta in contrapposizione, rispetto a quella che l’OPEC ha nel suo complesso.

Offerta in sovraccarico: il dilemma dell’Opec

Se i paesi aderenti al cartello sono insoddisfatti dell’andamento del prezzo del petrolio è nel loro interesse tagliare le forniture con lo scopo di spingere in alto i prezzi. Tuttavia, nessun singolo paese vuole in realtà ridurre l’offerta, in quanto ciò significa ridurre le entrate. Allo stesso tempo il mantenimento ostinato dello status quo sui livelli di produzione di baili ha contribuito a ridimensionare le quotazioni del petrolio. I futures sul contratto Wti americano negli ultimi 12 mesi hanno visto quasi dimezzato il loro valore.

Tra il 2007 e il 2014, i prezzi del petrolio si sono attestati in media sopra i 100 dollari a causa di tensioni geopolitiche, aumento della domanda e scarsità dell’offerta. Questo prezzo elevato del petrolio ha creato enormi incentivi per investire in nuove tecniche di produzione che, a loro volta, hanno favorito il diffondersi di tecniche di perforazione più efficaci, che hanno aumentato la produzione.

Ciò ha finito per rafforzare la posizione di produttori non OPEC a discapito del cartello, che ha perso forza rilevante nella determinazione dei prezzi. Di pari passo, negli ultimi anni, la quota di OPEC della produzione mondiale di petrolio è diminuita in rapporto all’offerta mondiale, scendendo fino al 36,6%. Il restante 52,2% è stato fornito dai paesi non Opec (Stati Uniti, Canada, Messico, Regno Unito, Norvegia, Russia, altri paesi ex Urss, Cina).

È stato soprattutto il balzo della produzione degli Stati Uniti e l’ingresso nel mercato dell’Iran dopo l’annullamento delle sanzioni economiche, negli ultimi anni, a modificare gli equilibri dei big del petrolio: secondo i dati dell’Unione petrolifera Italiana, nel 2014, gli Usa si sono piazzati in testa alla classifica dei maggiori produttori al mondo con 11,7 milioni di barili al giorno grazie all’accelerazione dovuta all’estrazione di shale oil, superando la Russia (al secondo posto, stabile con 10,9 milioni di barili).

L’Arabia Saudita si conferma terza con 9,5 milioni di barili. Con una produzione giornaliera di 12 milioni di barili, gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale e hanno coperto l’83% dell’incremento totale dell’offerta nel 2014.

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