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Cosa sono e come funzionano le commodity currencies

Guida al Forex2° Capitolo | 2° Lezione

27 ottobre 2016, di Alberto Battaglia

Con il termine di commodity currencies s’intendono una serie di valute dotate essenzialmente di due caratteristiche: la correlazione stretta con le variazioni di prezzo di determinate materie prime; e il fatto possedere un tasso di cambio fluttuante in un mercato sufficientemente liquido. Numerosi paesi in via di sviluppo, infatti, fondano la gran parte delle proprie attività economiche sulla produzione ed esportazione di un ristretto numero di materie prime, ciononostante, nella gran parte dei casi, le monete in questione sono ancorate ad altre divise “credibili” come il dollaro e l’euro. Finché l’ancoraggio (detto più comunemente “peg”) tiene, si conseguono maggiori livelli di stabilità finanziaria.

Però, se l’obiettivo del trader è quello di sfruttare a suo vantaggio i trend delle commodity per operare sul mercato delle valute, allora dovrà necessariamente optare su quelle monete libere di aggiustare il proprio tasso di cambio sulle altre principali divise: euro, sterlina, yen e, ovviamente, il dollaro americano. In questa categoria troviamo il dollaro canadese, la corona norvegese, il rublo (legate all’andamento del petrolio), il rand sudafricano, il dollaro australiano (influenzate in primo luogo dall’oro) e il dollaro neozelandese. Le commodity currencies più scambiate, tuttavia, sono soprattutto tre: quelle australiana, neozelandese e canadese.

Come viene influenzato cambio commodity currencies

Di norma, se il prezzo della materia prima cresce, anche la moneta dello stato che ne sia grande esportatore si apprezzerà sulle altre divise. Va considerato con cautela, però, che le monete sono rappresentazioni più complesse rispetto a un semplice titolo collegato al prezzo di un asset, per cui l’andamento di una commodity currency può essere influenzato da una serie di altri fattori indipendenti dalle materie prime, soprattutto nel breve periodo. Uno di questi è il differenziale che può crearsi fra i tassi d’interesse fra Paesi.

Ad esempio quelli dell’Australia (o Nuova Zelanda) con quelli del Giappone: in generale, i capitali tenderanno a muoversi laddove i tassi, e quindi la remunerazione, è più elevata. Ciò comporta un apprezzamento del tasso di cambio della moneta del Paese che sta attirando più capitali. Non a caso uno dei cross più sfruttati dai trader è proprio quello yen/dollaro australiano, che, così come quello neozelandese, è un sentiero assai battuto dal carry trade (la strategia speculativa che sfrutta proprio le disparità dei costi del denaro per prendere a prestito ove costa meno e investire ove rende di di più).

Le aspettative sui futuri movimenti delle materie prime sono l’elemento di fondo su cui è possibile trarre profitto dai tassi di cambio delle commodity currencies; tuttavia, rispetto all’investimento diretto su asset collegati alla materia prima, le valute offrono un’opportunità ulteriore: il fatto che la variazione di prezzo della commodity spesso anticipa di un po’ la ripercussione sul tasso di cambio della moneta, lasciando così lo spazio temporale per muoversi di conseguenza. Inoltre, tale correlazione, si verifica soprattutto in archi tempo abbastanza ampi, tali per cui improvvisi sobbalzi della commodity non sono (di norma) immediatamente tradotti sul tasso di cambio del Paese che ne è grande esportatore.

Le tre valute più osservate

Fra i Paesi dotati di una moneta a cambio flessibile e di un’ingente quota delle esportazioni riservata al petrolio troviamo il Canada. Nel 2014 il petrolio greggio ha costituito per l’economia canadese il 19% delle esportazioni. In questo caso, diversamente da quelli della Norvegia e della Russia, va osservato che la destinazione principale dell’export è una: gli Stati Uniti, che ne assorbono il 74% (nel 2014). Pertanto andrà osservato con cura anche quanto avviene nell’economia americana, per poter elaborare la propria strategia.


In Australia i fattori che contano diventano altri: l’oro, ma anche il prezzo dei minerali di ferro, rispettivamente queste due commodity rappresentano il 6,7% e il 25% delle esportazioni australiane. Secondo uno studio, la correlazione fra oro e dollaro australiano è tale per cui l’incremento di un punto percentuale sul prezzo dell’oro, si traduce in un apprezzamento nominale del AUD sul dollaro americano dello 0,5%. Com’è possibile osservare nel grafico, anche i minerali di ferro sono un fattore assai influente.

 

In Nuova Zelanda, infine, la più ampia fetta delle esportazioni sono costituite da una categoria di prodotti assai diversa: i latticini, che ovviamente non sono coinvolti nell’analisi. Piuttosto, resta la correlazione osservabile con l’oro, che però non dipende dalla produzione del metallo giallo da parte del Paese, bensì dal fatto che il 16% delle esportazioni neozelandesi sono dirette in Australia, a sua volta influenzata, come abbiamo visto, dall’oro. Secondo quanto osserva Investopedia la correlazione fra dollaro neozelandese (o kiwi) e oro è più debole rispetto a quella del dollaro australiano, purtuttavia resta elevata: al 78%. A causa  dell’interdipendenza delle due economie fra il kiwi e il dollaro australiano esiste una correlazione positiva del 96%.

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