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Banche centrali, gli interventi sul mercato dei cambi

Guida al Forex1° Capitolo | 4° Lezione

12 aprile 2016, di Daniele Chicca

Le banche centrali possono intervenire sul mercato dei cambi attraverso la gestione delle riserve valutarie e degli asset. Si parla di riserve valutarie facendo riferimento all’ammontare di valute straniere che sono depositate presso una banca centrale. Questi depositi sono detenuti sia per effettuare pagamenti che per cambiare il valore della moneta nazionale (o comune, nel caso dell’euro).

Le riserve straniere sono rappresentate soprattutto da dollari ed euro, in misura maggiore, e in misura minore da franchi svizzeri, sterline, yen. A dispetto di chi parla del processo graduale di de-dollarizzazione, il dollaro americano rimane la valuta straniera che, più di ogni altra, compone le riserve valutarie delle banche centrali.

Attraverso la manipolazione di riserve valutarie, una banca centrale può intervenire sul mercato per frenare per esempio attacchi speculativi e, in generale, violente fluttuazioni nel valore della moneta. Si può parlare di riserve come di un elemento capace di assorbire la violenza di shock che potrebbero abbattersi negativamente su una determinata valuta. Un esempio più attuale che mai è rappresentato dai continui interventi della People’s Bank of China per influenzare il valore dello yuan, che è ancorato al dollaro.

Agli inizi di agosto del 2015 la banca centrale del paese è intervenuta ripetutamente per cambiare il fix, svalutando la moneta cinese, yuan o anche renmbimbi al ritmo più sostenuto in almeno 20 anni. Per fare questo, la Banca ha venduto yuan acquistando in cambio valute estere.

Cambiamenti riserve valutarie

La manipolazione dei cambi

Diverse sono le autorità economiche a livello globale che decidono di mantenere elevato il livello delle riserve valutarie straniere per svalutare la propria moneta, ovvero ridurre in modo artificiale il valore della loro valuta rispetto alle altre. In questi casi il fenomeno è descritto anche come manipolazione dei cambi, dal momento che sono le istituzioni, e non il mercato, a modificare le relazioni tra le diverse divise.

Nell’ambito di una guerra valutaria di questo tipo, intensificatasi negli ultimi tempi, si parla di interventi non sterilizzati nel momento in cui viene adottata una politica che apporta variazioni alla base monetaria; ciò avviene attraverso l’acquisto o la vendita di monete estere o bond rispetto alla propria moneta.

Poniamo, per esempio, che una banca centrale voglia stimolare la crescita della propria economia. Tenderà dunque ad adottare manovre di politica monetaria espansiva, che espandano il suo bilancio, ovvero la base monetaria, e che si traducano in un calo nel valore della moneta che emette (in questo modo le esportazioni saranno più convenienti, in quanto i beni che venderà all’estero costeranno di meno).

La banca potrà decidere di acquistare, per esempio, obbligazioni denominate in valuta straniera che detiene sotto forma di riserve. I bond saranno acquistati in cambio di un’offerta extra di liquidità, che sarà immessa sul mercato. La dinamica dell’offerta e della domanda farà il resto. Essendo aumentata l’offerta della valuta, a fronte di una domanda che è rimasta fissa, il valore della valuta stessa scenderà; allo stesso tempo l’acquisto di valuta estera (per acquistare bond denominati in valuta estera) incrementerà il valore di essa. Il risultato è che il tasso di cambio, ovvero la relazione tra queste due monete, scenderà.

L’esempio riportato è quello di una politica monetaria non sterilizzata, ovvero una politica monetaria che viene perseguita in modo unilaterale, senza che si compensino gli effetti che produce: in questi casi, la base monetaria viene alterata. Si parla invece, al contrario, di intervento sterilizzato, quando la base monetaria della banca centrale non viene modificata.

Effetto del QE della Bce sui tassi di interesse

 

Come può agire la Federal Reserve

Due sono le transazioni che caratterizzano questo tipo di operazione. La premessa è sempre la stessa; anche in questo caso, obiettivo è infatti quello di influenzare i rapporti di cambio che la divisa domestica ha con altre valute. Si procede dunque in primo luogo alla vendita o all’acquisto di asset che sono denominati in valuta estera.

  1. Primo esempio: la Fed vuole deprezzare il dollaro. Dunque, come nel primo caso, acquista asset denominati – per esempio – in euro (facendo crescere così il valore della moneta unica). Interviene successivamente sul mercato aperto e vende Treasuries, ovvero i titoli di stato Usa, per un controvalore uguale. In questo modo la base monetaria della Banca centrale non è stata modificata, in quanto la transazione sul mercato aperto ha permesso all’istituto di compensare gli effetti del primo intervento.
  2. Al contrario, se la Federal Reserve, la banca centrale americana, vuole apprezzare il dollaro, prima venderà asset denominati in valuta straniera, per esempio bond denominati in euro – e in questo modo farà scendere il valore dell’euro. Successivamente, a fronte dello smobilizzo di questi asset – che si sono tradotti in una riduzione del suo bilancio – acquisterà Treasuries Usa, garantendo così che la base monetaria rimanga invariata.

Esempio numerico: la Federal Reserve teme che il dollaro stia perdendo troppo terreno nei confronti dell’euro. Dunque, vuole che il dollaro si apprezzi. Smobilizza dunque sul mercato un ammontare di bond denominati in euro pari a un valore di 20 miliardi di euro: in questo modo, la maggiore offerta sul mercato di asset denominati in euro tenderà a deprimere il valore della moneta unica (a vantaggio del dollaro).

In cambio della vendita, la Fed riceverà un ammontare di – poniamo, in base al rapporto di cambio di $1,11 – 22,2 miliardi di dollari. Ciò significa che però, ora, sul mercato finanziario ci sono 22,2 miliardi di dollari. Di conseguenza l’istituto acquista Treasuries Usa per un valore di 22,2 miliardi di dollari, iniettando nel sistema monetario quanto aveva prelevato.

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