Goldman Sachs: élite Eurozona in trappola

17 marzo 2017, di Daniele Chicca

Il successo dei movimenti politici cosiddetti “populisti” e anti establishment in Eurozona non sono nulla di nuovo. È da tempo ormai che hanno un’influenza nel panorama politico europeo. Il problema è con i recenti problemi dei rifugiati, con gli attentati terroristici nel cuore del continente e con la crisi del debito sovrano dell’Eurozona, l’ondata populista si sta gonfiando. Concetti come quelli di Italexit e Frexit non sono più un tabù.

I partiti anti europeisti non si possono raggruppare tutti in un solo insieme, avendo agende politiche in certi casi anche molto diverse fra loro (Geert Wilders, che ha appena ottenuto un incremento dei seggi per il suo partito di estrema destra del 25% rispetto alle elezioni del 2012, per esempio ha idee di stampo protezionista e nazionalista, ma è ben poco conservatore in materie come i diritti civili e per gli omosessuali), ma sono accomunati dal disdegno per l’euro e dal desiderio di chiudere le frontiere ai migranti.

La popolarità di Front National in Francia, MoVimento 5 Stelle in Italia, UKIP in Inghilterra, Alternativa per la Germania e Partito delle Libertà di Olanda, ha radici economiche e socio-culturali. Nel grafico qui sotto riportato si vede bene come l’austerity e la crisi economica abbiano giocato un ruolo nello spostare gli equilibri politici e l’opinione della gente. Il sentimento anti-establishment e anti globalizzazione, favorevole a un ritorno alla moneta locale, è tutt’altro che finito in Eurozona.

Anche se le forze anti europeiste faranno fatica a imporsi nelle prossime elezioni – almeno stando ai sondaggi, che peraltro nei casi di Brexit e Donald Trump si sono rivelati incorretti – l’economista numero uno per l’Europa di Goldman Sachs Huw Pill sostiene che persino un risultato positivo nel voto in Francia, Germania e Italia, non dovrebbe servire da conforto per i politici favorevoli al progetto per un’Europa unita.

Questo perché il trend e le condizioni politico economiche giocano a loro sfavore. Secondo Pill, i partiti mainstream europei sono in trappola. Le riforme strutturali di cui i loro paesi hanno bisogno rischiano di alimentare ulteriormente la rabbia di chi ha maggiormente subito l’impatto dell’ampliamento delle disuguaglianze. È un bel dilemma per i partiti politici al potere.

Le élite corrono il rischio di suscitare la collera di entrambi i frangenti dello spettro politico. A meno che non si servano delle loro possibili vittorie elettorali per capitalizzare sul contesto macro economico di nuovo tendenzialmente favorevole dopo la crisi finanziaria e si impegnano a accontentare le richieste degli elettori, altrimenti la minaccia delle forze euroscettiche continuerà a crescere, compromettendo una volta per tutte la volontà di una maggiore integrazione in Eurozona.

Sui mercati gli investitori preferiscono non prendere rischi nell’anno delle Super elezioni che vede impegnate anche la Germania e la Francia dopo l’Olanda. In Italia si aggira sempre lo spettro delle elezioni anticipate. Ebbene, come si evince dal sondaggio condotto da Investment Week gli operatori preferiscono rimanere neutri in generale e comunque sottopesati piuttosto che rimanere esposti all’azionario Europeo (sovrappesati) in un clima pieno di incertezze.

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