Gestori aggrappati all’azionario per generare rendimento

12 settembre 2017, di Alessandro Piu

Nonostante le valutazioni dei mercati azionari siano elevate, i money manager non abbandonano il campo, per assenza di alternative e per estrarre fino all’ultima goccia di rendimento

Inizia dall’oro, Michele De Michelis, il responsabile degli investimenti di Frame Asset Management, per spiegare la realtà che i gestori di fondi comuni si trovano ad affrontare.

Il metallo prezioso “si sta avvicinando a un’importante resistenza in area 1.380-1.400 punti che in passato ha spesso agito come barriera – dice De Michelis -. Da tenere d’occhio nel prossimo futuro quindi, perché potrebbe fornirci importanti segnali”.

Il bene rifugio è stato spinto dai timori sul fronte della geopolitica (test missilistici e nucleari della Corea del Nord) e dalla debolezza del dollaro. Tuttavia sul mercato azionario queste paure si sono risolte in brevi e limitate correzioni. Nessuno, insomma, sembra aver davvero cercato un rifugio.

“Diciamo che – riprende De Michelis – se un operatore sui mercati si fosse ritrovato su un’isola deserta per un mese senza alcun tipo di collegamento con il mondo esterno, se non fosse per la performance al rialzo dell’oro osservando i numeri del mercato azionario sarebbe autorizzato a pensare che la vicenda dei missili coreani sia stata solo uno scherzo”.

Azionario: la selezione si fa difficile ma la gestione passiva rischia di più

Eppure le valutazioni dell’azionario mondiale sembrano essere tutt’altro che a buon mercato. Perché le tensioni in Corea non sono state sfruttate per una bella e salutare correzione sui mercati?

“La mia sensazione è che non ci siano vere e proprie alternative e sembra quasi che i gestori patrimoniali abbiano più paura di perdere l’ultima parte del rialzo che di perdere soldi. Se vogliono continuare a pagare un rendimento ai propri clienti devono necessariamente aumentare il peso medio dell’azionario nei propri portafogli”.

Diventa tuttavia sempre più difficile trovare azioni a prezzi convenienti: “Se osserviamo parametri come il forward price earning a 12 mesi dei vari settori a livello mondiale – spiega De Michelis -possiamo notare che , nonostante la media sia 15,6 , il settore dei consumer staples si trova a 20,4 e quello dei  financials a 12,9, dimostrando che non tutto sembra essere particolarmente caro. Inoltre laddove ci siano delle situazioni speciali è ancora possibile mettere a segno dei guadagni mentre se si compra semplicemente l’indice si rischia di non avere grandi soddisfazioni. Direi quindi che si debba dare maggior spazio alla cosiddetta gestione attiva, a discapito di quella passiva, anche se quest’ultima sembra essere diventata una sorta di panacea di tutti i mali”.

Scenari alternativi di investimento

Per il futuro De Michelis disegna due scenari alternativi, con due corrispondenti soluzioni: “Il primo prevede una normalizzazione delle politiche monetarie sullo sfondo di una crescita sostanziale, un Quantitative easing (l’acquisto di asset da parte delle banche centrali) che rallenta con i tassi di interesse che aumentano gradualmente e quindi spazio alle azioni che possono beneficiare di un siffatto scenario come i titoli finanziari e i ciclici, evitando le azioni simili alle obbligazioni, come i beni di largo consumo oltre ovviamente alle obbligazioni convenzionali. Il secondo scenario, invece, potrebbe scontare un  fallimento totale delle politiche monetarie fin qui adottate, con le banche centrali e i governi  che si ritrovano nelle condizioni di dover mettere in atto operazioni non convenzionali come la monetizzazione del debito e politiche fiscali estremamente aggressive. In quest’ultimo caso Tips (titoli di Stato Usa legati all’inflazione) oro e opzioni call sulla volatilità potrebbero essere le uniche asset class ad avere rendimenti decenti”.

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