Frode fiscale: caccia agli evasori svizzeri anche per vie penali

14 gennaio 2019, di Daniele Chicca

La crisi finanziaria ha cambiato per sempre l’industria del private banking svizzera, con la lotta all’evasione fiscale e ai conti offshore che ha portato all’entrata in vigore di una serie di norme stringenti in materia di trasparenza e condivisione delle informazioni sul piano transnazionale. Ma anche con il cambio di normative e accordi bilaterali, la caccia agli evasori non si è fermata, anzi.

Malgrado lo scambio automatico di informazioni sui conti bancari depositati in Svizzera, infatti, la lotta contro l’evasione fiscale prosegue con mezzi anche eterodossi. Le richieste delle procure di Usa e Unione Europea (la Francia è tra le più attive) alle banche sull’identità e sui movimenti dei correntisti si fanno sempre più insistenti e talvolta si fa ricorso persino alle vie penali.

Negli ultimi tempi diversi paesi stanno studiando misure innovative per scoraggiare la frode fiscale. I governi sono pronti a tutto pur di aumentare le entrate tributarie. Un classico esempio è quello di incitare gli evasori a fare rientrare capitali dall’estero, per esempio con condoni (o “paci fiscali” come la chiama il governo italiano). Un altro – meno noto – chiama in causa il diritto penale.

La soluzione dell’assistenza giudiziaria per vie penali

Quando l’assistenza amministrativa non è possibile, come per esempio nel caso dell’assenza di un numero di conto corrente o di altri elementi chiave per risalire all’identità di un cliente, per ottenere i dati bancari la Francia fa ricorso all’assistenza giudiziaria in materia penale.

Ne ha parlato un fiscalista parigino al quotidiano elvetico Le Temps. “Basta che un procuratore francese faccia domanda di assistenza giudiziaria citando il sospetto di una frode dei contributi sociali, conseguenza di una denuncia depositata in Francia”, racconta la fonte che preferisce rimanere anonima.

Anziché prendere di mira direttamente il denaro non dichiarato, la procedura fa riferimento ai soldi che avrebbero dovuto essere sborsati come contributi sociali da devolvere allo stato francese in base al reddito generato in Svizzera.

Siccome su una simile infrazione penale indagano sia Berna sia Parigi, è possibile che il procuratore svizzero decida di collaborare. Il suo omologo francese riceverà allora a quel punto i documenti bancari della persona in questione e potrà trasmetterli liberamente al fisco.

Il problema di questo meccanismo è che viola il principio di “specializzazione”, che in teoria impedisce che delle informazioni siano utilizzate per un’altra ragione rispetto a quella per cui sono state inizialmente ottenute.

In concreto, dice il quotidiano, “dei dati bancari ricevuti per lottare contro la frode dei contributi sociali non dovrebbero permettere di indagare un contribuente per i fondi che avrebbe dissimulato al fisco”.

“Siamo all’apice dell’ipocrisia e della slealtà”

Ma nei fatti, come spiega il fiscalista, “un procuratore francese che riceve da un collega svizzero le informazioni sui conti in banca del cliente è costretto a trasmetterli al fisco in virtù dell’articolo L101 del Libro delle procedure fiscali che le autorità svizzere non sembrano conoscere. L’articolo stabilisce che l’autorità giudiziaria deve comunicare all’amministrazione delle finanze tutti gli indizi e prove eventuali di frode fiscale”.

Ciò è in contraddizione con i termini della convenzione dell’assistenza giuridica internazionale che predispone il principio di specializzazione. Siamo all’apice dell’ipocrisia e della slealtà”. L’articolo si può applicare anche se esiste una convenzione internazionale firmata dalla Svizzera che non lo consente. E così “i dossier sono sistematicamente inviati al fisco francese”.

L’unico modo per impedire tutto ciò è il Dipartimento federale delle finanze svizzero protesti contro il suo omologo francese. Non è pensabile che succeda veramente. L’avvocato ginevrino Carlo Lombardini sostiene che servirebbe una revisione del diritto all’assistenza giuridica e un po’ più di coraggio da parte degli svizzeri che in questo frangente si mostrano un po’ ingenui.

“Il diritto all’assistenza è diventato un ‘non diritto’, fatto di principi teorici che non sono mai applicati. Salvo eccezioni molto rare, la Svizzera accorda sempre l’assistenza ma bisognerebbe avere il coraggio di rifiutare“. D’altronde la possibilità di denunciare esiste i

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