FRANA DOLLARO: «E BEN TAGLIERA’ 3 VOLTE»

27 novembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il dollaro si sbriciola e finisce a un soffio dal limite psicologico di 1,50 contro euro. «Il cuore del problema – spiega Kamal Sharma, analista di Bank of America – è il differenziale sui tassi d’interesse». Secondo il consensus, la Fed reagirà alla crisi dei mutui ipotecari, tagliando il costo del denaro, già dalla prossima riunione dell’11 dicembre, e in seguito altre due o tre volte nel 2008. E ciò porterà il rendimento delle attività denominate in dollari sotto il livello di quelle europee.

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Vale la pena di notare come gli operatori attribuiscano sempre minor credito alle parole di Ben Bernanke, dato che non ha celato la sua ritrosia a ridurre i saggi d’interesse. Insomma, agli occhi degli investitori, il governatore della Fed sembra un po’ la dama rinascimentale del De Sanctis che «nega e nega, e in ultimo concede» (il taglio dei tassi). «A oscurare l’orizzonte – continua Kamal Sharma – contribuisce anche la peggiore dinamica inflativa degli Stati Uniti». Il dato di ottobre colloca il rialzo dei prezzi Usa al 3,5%, contro il 2,6% in Eurolandia. Per conseguenza i titoli del debito americani rendono quasi niente in termini reali: il decennale governativo paga il 4%, ma con l’inflazione al 3,5% vuol dire che la cedola vera è dello 0,5%, insufficiente a compensare i possessori esteri di dollari dalle mazzate che ricevono sul mercato dei cambi. «È poi radicata l’impressione – aggiunge Roberto Mialich di Unicredit – che a qualsiasi soglia si vende il dollaro, ci sono buone probabilità di lauti guadagni».

Questo perché le autorità americane indulgono a una politica di benevola negligenza. Alla base c’è l’idea che l’economia nazionale trarrà vantaggio dalla debolezza del dollaro. E, in effetti, il buon andamento dell’export ha per ora pareggiato la caduta interna della domanda, cagionata dall’edilizia residenziale. Se all’America sta bene una moneta debole, la speculazione ci va a nozze. Denaro chiama denaro e, una volta aperte le chiuse, la corrente di vendite non trova ostacoli. Specialmente in un mondo senza barriere dove, stando ai dati raccolti dalla Bank of International Settlements, gli scambi valutari sono passati da una media giornaliera di 1.900 miliardi di dollari nel 2004 all’impressionante cifra di 3.200 miliardi di oggi.

In queste condizioni potrebbe rendersi necessario un intervento concertato del Gruppo dei Sette (G7) per arginare la frana del biglietto verde. In passato è accaduto spessissimo. Con l’unica eccezione del 2002, quando l’euro si riprese spontaneamente, i trend più pronunciati sul mercato dei cambi sono sempre stati invertiti grazie a manovre dei maggiori Paesi industrializzati. Vengono in mente l’Accordo del Plaza del 1985, oppure quello del Louvre del 1987, oppure l’intesa Giappone-Stati Uniti del 1995.

«Eppure, questa volta i tempi non sono ancora maturi – spiega Asmara Jamaleh di Banca Imi – Perché l’America vede di buon occhio le tendenze in atto mentre l’Europa convive finora egregiamente con il supereuro». Qualche impresa, ovviamente, non la pensa così. Airbus leva grida di dolore, rivaleggiando con l’americana Boeing. Inoltre, stando a Stephen Jen di Morgan Stanley, «parecchie multinazionali del Vecchio Continente faticano a rimanere competitive e hanno un periodo di 6-12 mesi entro il quale trovare una soluzione, poiché i loro contratti di copertura valutaria sono in scadenza». Jen aggiunge però che «il 70% dell’export europeo finisce in Europa». E questo chiarisce l’alta resistenza del blocco comunitario alla forza della sua divisa. Non altrettanto si può dire del Giappone. Suggerisce Mialich di Unicredit: «L’Impero del Sol Levante danza sull’orlo della deflazione e si affida tuttora all’export come principale fattore di crescita. Se la valuta nipponica (ora a 107-108) si rafforzasse sotto 105, si aprirebbe la discussione sulle misure idonee a fermare il crollo del biglietto verde. E qualora l’euro bucasse impunemente l’altitudine di 1,50 la speculazione si sentirebbe autorizzata a lanciare una seconda ondata di vendite».

In base a quello che ascoltiamo dagli analisti di professione, il dollaro potrebbe rimanere sotto pressione nel breve termine a causa dei flussi speculativi transfrontalieri, ma ha anche discrete opportunità di riprendersi nella seconda metà del 2008, a meno che l’America non sprofondi nelle secche di un orribile recessione.

Alla base del rilancio ci sarebbe il netto assottigliamento dei famosi deficit gemelli americani, considerati negli ultimi anni una delle variabili maggiormente suscettibili di incrinare la solidità del biglietto verde. Ebbene, il deficit di bilancio è diminuito dal 3,5% all’1,2% nel giro di tre anni. E lo squilibrio delle partite correnti viaggia al 5,5% contro il 6,8% del 2005, con l’eventualità di scendere al 4,8% nel 2008 e al 4,1% nel 2009 (fonte Morgan Stanley). «L’aggiustamento dei deficit gemelli risulta particolarmente rimarchevole – aggiunge Jen – soprattutto se si considera che al netto delle importazioni petrolifere, il deficit è solo al 3,5% del prodotto interno lordo». Insomma, la medicina della pesante svalutazione incomincia a fare il suo effetto. Sarà abbastanza?

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