Fornero: “più che il governo del cambiamento è quello della restaurazione”

20 settembre 2018, di Daniele Chicca

Le riforme si fanno con uno sguardo rivolto al futuro e non al passato e con le sue misure quello giallo verde “più che il governo del cambiamento” sembra “quello della restaurazione”. Sono alcune delle accuse mosse al nuovo governo anti establishment dalla madre dell’ultima grande (e all’insegna dell’austerity) riforma delle pensioni.

All’apice della crisi del debito sovrano europea, l’allora ministro del Lavoro Elsa Fornero ha messo a punto una riforma del sistema previdenziale che ha confermato l’innalzamento dell’età pensionabile deciso dall’esecutivo precedente. La riforma è stata definita da lei stessa “dolorosa ma necessaria”.

Oggi il governo guidato da MoVimento 5 Stelle e Lega vuole abolirla gradualmente, o meglio “smantellarla pezzo per pezzo”, per usare le parole usate dal ministro degli Interni Matteo Salvini. Resta da chiarire come e quanto si possa tornare indietro. Dal 1992 sette riforme delle pensioni sono state adottate nel nostro paese e la penultima (sotto Berlusconi) aveva già alzato l’età pensionabile (tramite la “finestra” mobile di 12 mesi o 18 mesi) a 66 anni da 65 anni per i dipendenti e da 65 a 66 anni e mezzo per i lavoratori autonomi.

In un’intervista concessa a Teleborsa l’ex ministro Fornero, la cui riforma in realtà – per quanto riguarda l’adeguamento automatico al cambiamento delle aspettative di vita, non ha fatto che accelerare un processo che era già inevitabilmente in corso, ha spiegato cosa comporterebbe di fatto abolire la riforma Fornero.

“Comporta molto più delle pure ingenti risorse finanziarie necessarie per abolirla. Quella riforma è una risposta a cambiamenti strutturali della nostra demografia e anche della nostra economia e, come tale, si propone di cambiare i comportamenti delle persone (lavoratori, imprese, burocrati e manager). Vivere più a lungo richiede dei comportamenti nuovi mentre invocare soluzioni del passato – come il ripristino delle pensioni di anzianità – rivela una totale inadeguatezza politica perché, anzichè guardare al futuro, si guarda al passato”.

“In questo senso, quello che si propone come Governo del cambiamento in realtà sembra più il Governo della restaurazione ma le riforme si fanno per aiutare la società e l’economia ad adattarsi ai cambiamenti ineludibili, ben sapendo che non sono perfette e che richiedono sempre aggiustamenti. Quindi più che di nuova riforma parlerei di contro-riforma: dietro non c’è un’idea, una visione del welfare, né del mercato del lavoro. Soltanto il desiderio di poter dire di ‘avere cancellato la legge Fornero’ (anche se non sarà così nei fatti!)”.

Il professore Carlo Mazzaferro sulle pagine Lavoce.info le dà ragione, osservando che in effetti “l’aggancio automatico dell’età della pensione alle aspettative di vita è una politica ragionevole se non si vuole mettere in discussione la stabilità finanziaria del sistema pensionistico“.

In realtà, per completezza, c’è anche da aggiungere che la famigerata legge Fornero, attuata per assecondare gli “ordini dall’alto” della Bce, ha solo modificato un meccanismo automatico di innalzamento dell’età pensionabile che era stato già organizzato dai governi precedenti. La stessa Fornero di recente ha iniziato a lamentarsi che le venissero costantemente attribuite alcune norme già decise in precedenza.

È stata infatti la riforma Sacconi, dal nome dell’uomo (Maurizio Sacconi) che ricopriva il ruolo di capo del dicastero del Lavoro ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, a far compiere all’Italia i primi passi sia verso quello che poi è stato l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni (a partire dal 2019) e di quella anticipata (ex anzianità, 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne, nel 2019). La riforma Fornero ha poi ristretto l’adeguamento automatico da triennale a biennale, a decorrere da quello successivo a quello triennale del 2019, e cioè dal 2022.

Di seguito è riportato il resto dell’intervista integrale, disponibile sul sito di Teleborsa:

Qual è la sua posizione rispetto alla Quota 100? Con particolare riferimento alla fattibilità tenendo conto dei costi necessari per attuare la misura, soprattutto se si vuole restare in linea con i parametri fissati da Bruxelles?

“Come le dicevo, cancellare una riforma non comporta soltanto il problema di trovare le risorse finanziarie, che pure sarebbero ingenti, anche se ovviamente l’ammontare dipende da come la quota 100 viene modulata. L’ipotesi che sembra più accettabile sul piano finanziario, e quindi più sostenibile, è quella che prevede per esempio un’età minima di 64 anni e quindi un’anzianità contributiva di 36. Questa misura è forse tollerabile almeno per i primi anni della sua applicazione perché 64 anni in realtà è un’età di pensionamento persino più alta di quella media attuale (l’età media attuale è inferiore ai 63). Certo, se l’età scende a 62 o addirittura a 60, come Salvini ha chiesto, il costo sale molto sopra i 10 miliardi, fin verso i 20. Ci sono queste risorse? A quali altri obiettivi vengono sottratte? La vera domanda che occorre farsi è se sia opportuno, socialmente ed economicamente per l’Italia di oggi, con i molti problemi strutturali che ha, destinare così tante risorse alle pensioni invece che a questi altri obiettivi: l’istruzione, il lavoro, il contrasto alla povertà, che riguarda maggiormente i giovani piuttosto che gli anziani, ma anche le infrastrutture, la ricerca, l’innovazione ecc. Questo è il grosso interrogativo al quale questo governo non dà risposte, perché vuole far credere di avere le risorse per tutto, il che è matematicamente impossibile”.

A proposito di Unione Europea non è certo un mistero che ci monitora da vicino per via dell’alto debito. In questi giorni si è parlato di un possibile sforamento del 3%, poi smentito. Quali ripercussioni economiche potrebbe avere a lunga gittata uno scenario simile?

“Secondo me la conseguenza principale sarebbe di esporci alle intemperie che possono svilupparsi, e repentinamente, in qualunque parte del mondo. Gli investitori potrebbero decidere che l’Italia non è credibile nelle sue politiche e che non ce la farà a risolvere il problema del debito pubblico. Se questo timore di non solvibilità cominciasse a diffondersi, le conseguenze sarebbero tragiche, ma facilmente prevedibili: una nuova crisi dello spread, un approssimarsi di crisi finanziaria e la necessità di misure ancora più drastiche di quelle che noi dovemmo affrontare nel 2011″.

Sulle pensioni d’oro, invece, non c’è accordo fra i due schieramenti sulla cifra, che va dai 4 mila ai 5 mila euro. Secondo lei da quale livello si può parlare di pensione d’oro e cosa ne legittima il taglio?

“Non vorrei parlare di tagli; ho sempre detto che la soluzione secondo me percorribile è il contributo di solidarietà. Se parliamo di contributo di solidarietà ne comprendiamo la logica che discende dal fatto che il divario tra quanto versato in termini di contributi e quanto ricevuto in termini di pensione comporta un regalo. La formula retributiva – ancora oggi in vigore per chi va in pensione, per le anzianità fino al 2011 – favoriva le retribuzioni molto alte a fine carriera tanto che induceva ad aumenti più o meno fittizi proprio per avere una pensione più alta. E chi poteva negare un aumento retributivo in vista di un aumento di pensione messo a carico della collettività? Queste pensioni collegate a retribuzioni alte nella parte finale implicano un versamento sotto forma di pensione molto più grande dei contributi versati e per di più vanno in generale a persone dai redditi alti. Non si può però ricalcolarne gli importi secondo il nuovo metodo, mentre ha senso chiedere a queste persone di contribuire ai sacrifici generali indotti dalla crisi, secondo una logica di solidarietà che unisce anziché dividere. Da quale livello partire? Nel caso del nostro governo, il contributo era richiesto alle pensioni superiori agli 80 mila euro annui lordi, che fanno circa 4000 netti di pensione. Però è sbagliato chiamare queste pensioni d’oro perché il problema, come ho detto, non sta tanto nel livello quanto nel divario tra benefici ricevuti e contributi versati”.

Lei ha toccato più volte il tema dell’invecchiamento della popolazione: numeri alla mano, l’ultimo DEF segnalava che la spesa per le pensioni è destinata a crescere a partire dal 2020, arrivando al 16,5% del PIL dal 15% attuale, a causa dell’invecchiamento della popolazione e delle politiche più accomodanti del governo. Come porvi rimedio senza penalizzare le future generazioni?

“Le nostre tendenze demografiche sono ampiamente conosciute: la popolazione invecchia perché nascono meno bambini e perché si vive più a lungo. Il fatto è positivo, ma non compatibile con norme pensionistiche e più in generale disegnato per una struttura della popolazione molto più spostata sui giovani che non sugli anziani. Se l’invecchiamento è un fatto positivo, esso determina però un aumento della spesa pensionistica, che la riduzione dei giovani rende scarsamente sostenibile. Un certo aumento della spesa va accettato perché inevitabile ma al tempo stesso è naturale chiedere alle persone di lavorare più a lungo, anziché ritirarsi all’incirca alle stesse età delle precedenti generazioni, quando però gli anziani erano pochi rispetto ai giovani.

Per questo occorre indurre un maggior numero di persone in buona salute a lavorare fino a un’età più avanzata. Anziché arroccarsi al vecchio slogan secondo cui si manda in pensione una persona per introdurne un’altra nel suo posto di lavoro, occorre riuscire ad aprire le porte del lavoro a giovani e alle donne e conservarle aperte ai lavoratori anziani in buona salute. Il lavoro deve essere inclusivo. La migliore premessa affinché le pensioni dei giovani con la formula contributiva risultino adeguate non sta in una nuova promessa politica, bensì nel far sì che abbiano una vita di lavoro adeguata ossia più stabile e meglio remunerata di quanto non accada oggi. Questo vuol dire adottare la logica dell’ampliamento delle risorse piuttosto che della loro redistribuzione”.

Capitolo lavoro: il decreto “Dignità”, fortemente voluto da Di Maio, si propone come punto di svolta nella lotta al precariato potenziando gli uffici di collocamento. Sarà così? Ritiene che sia una riforma efficace?

“Le motivazioni sono buone ma la misura è inadeguata o addirittura scorretta. Le motivazioni sono buone perché fare del lavoro una realtà meno precaria di quanto oggi non sia per i giovani, è un obiettivo che dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche. Per decenni si è lavorato molto sulla flexsecurity, ossia su un sistema di flessibilità del lavoro accompagnata però da meccanismi efficaci di politiche attive (ossia di aiuto effettivo nella ricerca di un nuovo lavoro) e anche da meccanismi adeguati di protezione sociale. Lo dico avendo introdotto l’Aspi e lavorato per efficaci politiche attive. Questa però è rimasta un’ambizione, le nostre politiche attive sono poco efficaci e i meccanismi della Naspi (l’Aspi riista dal Governo Renzi) finiscono talvolta per far sì che le persone, non adeguatamente sollecitate e aiutate, si scoraggino e si accontentino di un modesto sussidio, senza un vero aiuto verso una (nuova) occupazione. E’ la nostra storica incapacità di far funzionare bene le politiche attive che mi rende piuttosto pessimista. Il provvedimento è stato presentato come svolta storica ma credo che finirà per avere effetti negativi, peraltro persino quantificati nella relazione di accompagnamento. Il mercato del lavoro ha bisogno di ben altro, di una cura molto più profonda e estesa a cominciare dal rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.

Lei ha parlato di concetto di inclusione e di politiche attive: mi pare di capire che anche rispetto al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei Cinquestelle, abbia più di qualche perplessità.

“Il reddito di cittadinanza è una legittima aspirazione di difficilissima realizzazione: tutti i cittadini nascono e hanno un reddito per il solo fatto di esistere. Bello ma oggi non siamo nelle condizioni di renderlo operativo perché semplicemente non abbiamo le risorse finanziarie per realizzarlo. E in effetti i proponenti hanno prima parlato di reddito di cittadinanza ma poi sembrano declinarlo come una forma un po’ allargata – e neppure si sa di quanto – del reddito di inclusione già introdotto dal governo Gentiloni. Tutte varianti di misure di contrasto alla povertà che non consistono solo in un trasferimento monetario ma che richiedono di attivartisi nella ricerca di un posto di lavoro, ossia un comportamento positivo. C’è molto di comportamentale in questa formulazione e, se così fosse, non sarei certo contraria però non sarebbe una politica innovativa e i 5stelle dovrebbero avere l’onestà di riconoscerlo. Però, non mi sembrano intenzionati a riconoscere che i governi precedenti alcune cose buone le hanno fatte”.

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