Fed vuole alzare tassi tre volte nel 2017

15 dicembre 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Gli analisti si aspettano in media da zero a due strette monetarie nel 2017, ma la Federal Reserve ha intenzione di imporre ben tre l’anno prossimo. Nella riunione di fine anno, la prima da quando è stato eletto Donald Trump, la banca centrale americana ha alzato il costo del denaro di 25 punti basi portandolo dallo 0,5% allo 0,75%: si tratta del primo innalzamento dei tassi guida da dicembre dell’anno scorso e del secondo in dieci anni.

Secondo le previsioni di mercato, prima di vedere un altro incremento del costo del denaro bisognerà aspettare ancora 182 giorni, ossia la riunione della Fed del 14 giugno, quando l’amministrazione Trump avrà largamente superato il test dei fatidici primi 100 giorni in carica. I contratti future sui Fed Funds danno al 27% le chance di un rialzo dei tassi il  15 marzo, al 39% il 3 maggio e invece ben al 79% nel meeting del mese dopo, l’ultima prima dell’estate.

Janet Yellen ha fatto capire che il percorso di irrigidimento monetario sarà più veloce, come risposta alle promesse di espansione fiscale della nuova amministrazione Trump, che si insedierà a breve, di tagli alle tasse, più spesa e deregolamentazioni. Visto che il piano del presidente eletto prevede un deficit di bilancio di 12 mila miliardi rispetto al budget già approvato dal Congresso, non è detto che il magnate immobiliare alla sua prima esperienza politica riuscirà a convincere l’ala più moderata del partito Repubblicano e il blocco dei Democratici ad avviare il maxi piano di spese e investimenti promesso in campagna elettorale.

Se si fa riferimento alla mediana delle proiezioni sui tassi dei membri del braccio di politica monetaria della Fed, nel 2017 sono ipotizzati tre rialzi dei tassi di interesse, uno in più di quelli indicati in settembre e uno o due in più di quelli che si attendono in media gli analisti.

Il presidente dell’Istituto Ifo, Clemens Fuest, ha accolto con favore l’esito della riunione di due giorni, l’ultima dell’anno, e la decisione scontata (data per certa dal mercato) di alzare i tassi di interesse. “È un passo nella giusta direzione e dovrebbe essere seguito da ulteriori azioni. Il tasso di inflazione negli Stati Uniti è in aumento ed è importante che siano adottate misure di politica monetaria tempestive per controbilanciare” un simile andamento.

 Secondo Fuest ora tocca alla Bce che dovrebbe “prepararsi a porre gradualmente fine alla sua politica di bassi tassi di interesse troppo, visto che anche l’inflazione della zona euro dovrebbe salire il prossimo anno. La politica di tassi zero impedisce al mercato dei capitali di funzionare correttamente, preoccupando i risparmiatori e alimentando bolle speculative che potrebbero causare problemi al sistema finanziario, qualora dovessero scoppiare”.

Azionario sopravvalutato, ma Yellen non teme bolla

Yellen ha detto di non essere preoccupata circa l’esistenza di una bolla di alcuni asset finanziari, come le azioni, che sono però storicamente nettamente sopravvalutati. Quando nel 2015 le era stata posta la stessa domanda sui prezzi di Borsa aveva giudicato i valori “abbastanza elevati” da preoccupare i banchieri centrali.

Da quando Trump ha vinto le elezioni presidenziali l’8 novembre il mercato azionario ha iniziato a salire e non si è più fermato, inanellando record su record. Il rapporto tra prezzo di Borsa e stime sugli utili (P/E) è ai massimi assoluti del ciclo attuale oltre 17 volte (vedi grafico sotto). Ma Yellen non teme che un Dow Jones vicino alla quota di 20mila punti rappresenti un anomalia, anzi. Secondo la presidente della Fed i prezzi di Borsa “rimangono in una forchetta di prezzo normale”.

Oltre a enunciare le novità sui tassi, la Fed ha anche rivisto le previsioni su crescita economica, disoccupazione e inflazione, senza in questo caso tener conto delle potenziali azioni di stimolo fiscale che potrebbero essere avviate dall’amministrazione Trump. Se il neo commander in chief promuoverà un bazooka fiscale, “la Federal Reserve dal canto suo, potrebbe dover adottare scelte monetarie restrittive molto più velocemente di quanto segnalato in precedenza”, dice Mitul Patel, Head of Rates di Henderson Global Investors.

“I mercati finora hanno interpretato le ultime dichiarazioni della Banca centrale Usa come più ‘falco’ del previsto”, commenta lo strategist. Sul mercato obbligazionario, i rendimenti dei Treasury sono cresciuti, portando lo Spread con i tassi dei Bund decennali omologhi ai massimi dal 1990 a 222 punti base. 

La curva dei rendimenti è diventata più ripida. Sono infatti i tassi sui titoli con scadenze più brevi a crescere maggiormente, un segnale del fatto che “esiste un certo margine per incrementare ulteriormente il costo del denaro (superando le attese). Il mercato azionario ha subito una serie di pressioni: è infatti probabile che un inasprimento della politica monetaria faccia venir meno l’ottimismo emerso a seguito del miglioramento delle prospettive di crescita. Infine, sul valutario, il dollaro americano si è apprezzato, ma gli investitori dovrebbero rimanere attenti all’impatto potenzialmente negativo di una moneta più forte”.

Fed non è preoccupata da bolla azionario ma ivelli P/E sono ai massimi del ciclo attuale di mercato

Quali scelte fare ora sul mercato

La Fed è chiamata a un compito difficile, un delicato gioco di equilibrio l’anno prossimo. “Il rialzo dei tassi lunghi americani e quello del dollaro hanno degradato le condizioni finanziarie negli Stati Uniti e potrebbero impattare per più dello 0,3% sulla crescita nel 2017. Dall’altra parte, l’aumento dell’inflazione e delle previsioni di inflazione è alimentato dagli stimoli fiscali che il Presidente Trump potrebbe attuare”, dice Nicolas Forest, Global Head of Fixed Income di Candriam Investors Group, in reazione al meeting di ieri. Se tutte le misure venissero implementate, la crescita del Pil americano “potrebbe salire più dell’1,5% nei prossimi due anni. E l’inflazione potrebbe accelerare ancora un po'”.

“Combattuta tra questi due rischi, Janet Yellen si trova dunque a percorrere il sentiero stretto di una normalizzazione monetaria eccezionale dopo quasi 10 anni di politica monetaria ultra-accomodante. Un tale processo, benché necessario, non è privo di rischi e ci incita a restare prudenti sui bond governativi americani, privilegiando le obbligazioni legate all’inflazione“.

Dopo la decisione della Fed il valore del biglietto verde e i prezzi dei titoli di Stato sono saliti. Secondo gli strategist di WisdomTree gli investitori si preparano a un contesto molto volatile sui mercati tra fine 2016 e inizio 2017.

“Ci aspettiamo che gli investitori si espongano alle imprese Usa a bassa capitalizzazione e in generale all’azionario. Sui bond governativi americani, invece, si apriranno posizioni ribassiste. Per mettersi al riparo da un rialzo dei tassi, shortare i fondi legati ai Treasuries decennali è uno strumento utile secondo l’analista”. Sul mercato valutario invece Viktor Nossek, direttore della Ricerca presso WisdomTree, dice di prevedere un rialzo del dollaro e un ribasso dell’euro.

Oggi sui mercati i tassi a due anni dei Treasuries Usa hanno toccato i massimi di 7 anni, mentre l’indice del dollaro ha raggiunto i massimi di 14 anni e secondo gli analisti di Deutsche Asset Management dopo che si prenderà una pausa fisiologica entro 12 mesi raggiungerà la parità sull’euro. Secondo gli analisti del Chief Investment Office di UBS Wealth Management lo scenario che si prefigura, vista la combinazione di un miglioramento della crescita economica statunitense e di un graduale aumento dell’inflazione, è positivo per gli asset più rischiosi.

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