Ex capo economista Bce: l’euro e l’incubo di perdere sovranità con Unione fiscale

17 gennaio 2017, di Alberto Battaglia

“L’euro non potrà sopravvivere in modo indefinito a meno che problemi fondamentali non vengano risolti”, per il momento è la Bce “che sta tenendo l’Eurozona assieme, ma la banca centrale è sovraccaricata da questa responsabilità e ha dovuto ampliare le sue azioni al limite del suo mandato ed oltre”: una diagnosi sulla precarietà dell’euro non certo nuova, ma che stavolta proviene da quello che fu il primo capo economista della Bce, Otmar Issing. Da tedesco, il professore, pubblicato su Cnn Money, non nasconde che le riforme più radicali per il completamento dell’unione monetaria, non solo sono ancora da compiere, ma probabilmente non saranno mai avviate:

“Un suggerimento popolare è quello di creare un’unione fiscale, di fatto trasferendo denaro dei contribuenti dai paesi più ricchi a quelli più in difficoltà”, spiega Issing, “tuttavia questa proposta ignora il fatto che l’Unione Europea è un’unione di stati sovrani. E sovranità significa che la responsabilità della tassazione e della spesa pubblica risiede nei governi nazionali, che rispondono agli elettori attraverso i rispettivi parlamenti”.

Il sogno (o l’incubo, secondo gli umori di molti Paesi del Nord) di un’unione fiscale si scontra con questo problema di fondo: che sono gli stati nazionali che debbono necessariamente concordare la costituzione di una nuova unione monetaria più solidale. Secondo Issing questo nodo probabilmente resterà irrisolto: “Sarà difficile osservare il cambiamento di questo stato di cose, in quanto richiederebbe cambiamenti nei trattati europei e in alcuni casi come quello tedesco, delle costituzioni nazionali. Entrambe sono altamente improbabili”.
E’ chiaro da tempo come una struttura monetaria che richiede politiche economiche restrittive nei Paesi meno competitivi per restare stabile sia alla base dell’ascesa dei movimenti antieuro e, indirettamente, anche della stessa Brexit. Secondo Issing nessuno propugnerà un’unione fiscale senza legittimità democratica o senza il rispetto del “no taxation without representation”. Per questo l’unica via percorribile è quella di riforme forti che “stimolino la crescita e l’occupazione combinate alla disciplina fiscale”, ossia al mantenimento stabile del deficit pubblico in rapporto al Pil. “E’ una strada lunga”, scrive Issing. E sicuramente in salita.

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