Eurozona: politica fiscale troppo austera. E se non ci fosse la Germania…

14 marzo 2018, di Daniele Chicca

Il problema economico europeo – un vero e proprio dilemma – riguarda le politiche fiscali comuni. Nel blocco a 19 paesi sono in vigore politiche di austerity come se l’economia stesse attraversando un’epoca d’oro o gli anni del boom. Così non è: l’economia dell’area euro è ancora molto più fiacca di quanto non fosse dieci anni fa, prima dello scoppio della crisi finanziaria.

Il tasso di disoccupazione è calato, ma non ci si può accontentare di livelli ancora lontani da quelli pre crisi dei primi Anni 2000: i cittadini europei tra i 25 e i 54 anni fanno ancora fatica a trovare un posto di lavoro e la situazione sarebbe decisamente peggiore se dai calcoli non si tenesse conto dell’apporto della Germania. La percentuale di disoccupati negli altri 18 paesi è del 4% più alta rispetto a quanto non fosse prima della crisi.

Quando l’economia è ancora debole, i governi – se liberi di agire – tendono a cercare di sfruttare deficit più alti per poter ripartire. Così non avviene in Eurozona. Secondo il Financial Times “è ragionevole ritenere che i governi dell’area euro stiano tassando troppo i loro cittadini e stiano spendendo troppo poco” – si parla di diversi punti percentuali di Pil e di una somma di circa 500 miliardi di euro l’anno.

Di solito, in particolare in Italia, si incolpa il surplus di bilancio della Germania, che approfitta di un euro più debole di quello che sarebbe il marco tedesco oggi e che impone agli altri politiche fiscali vantaggiose per sè. Ma anche altri paesi come Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi vantano surplus di bilancio. E infatti non sorprende che molti di questi paesi siano anche quelli contrari a una maggiore integrazione fiscale europea e a una maggiore condivisione dei rischi.

Senza badare alla salute della propria economia, quasi ogni governo del blocco ha ridotto gli investimenti e le spese portandoli ai minimi dalla nascita dell’euro. Da quando il deficit fiscale ha toccato il picco all’inizio del 2010, le misure restrittive fiscali per contenere il disavanzo sono state equamente distribuite nell’area euro a seconda della taglia dell’economia di ciascun paese.

La Germania, che produceva circa il 27% del PIL complessivo dell’area euro a inizio 2010, ha contribuito con circa il 26% delle misure fiscali restrittive totali. Grecia, Irlanda e Spagna hanno rappresentato un’eccezione, con contributi eccessivi, mentre Italia e Francia hanno fatto meno di quello che ci si poteva aspettare, per via della loro situazione economica non ideale.

Italia ha perso il treno del boom economico

Dividendo i paesi del blocco per gruppi, in base ai diversi esperimenti fiscali, si scopre che Germania e Spagna sono state quelle con la maggiore volatilità del bilancio fiscale dell’intera Eurozona. Il surplus di budget del governo spagnolo nel 2007 e 2008 ha avuto la stessa incidenza sull’economia dell’area euro che ha avuto l’avanzo di bilancio della Germania negli ultimi anni.

Oggi ci sono delle differenze sostanziali tra Spagna e Germania, tuttavia. Quando il governo spagnolo aveva un enorme avanzo di bilancio, il paese ha vissuto un periodo di rapida crescita dei salari, di grandi spese per investimenti e di un boom nei prestiti da parte del settore privato. L’economia tedesca, dal canto suo, si è irrobustita, ma gli stipendi, le spese per investire e i prestiti del settore privato sono rimasti immutati.

Nonostante le differenze, sottolinea il Financial Times, la politica fiscale tedesca non è assolutamente nettamente fuori dalle linee guida di quello che sarebbe meglio per l’area euro nel suo insieme, come invece si è soliti credere. “Il bisogno di austerity della Germania è criticabile, ma il problema maggiore riguarda i governi del resto dell’area euro, i quali non sono in grado o non vogliono investire e indebitarsi maggiormente”, scrive Matthew C. Klein sul blog FT Alphaville.

Se il rapporto tra deficit e Pil fosse alzato al 4,5%, il livello salirebbe di 3,5 punti percentuali rispetto all’1% medio attuale. Il deficit fiscale si amplierebbe dai 100 ai 500 miliardi di euro. Per rimediare la sola Germania dovrebbe permettere che i suoi governi – federali, statali e locali – avessero un disavanzo di bilancio dell’11% del PIL. Sarebbe impossibile da giustificare in patria.

La situazione lavorativa in Grecia e Spagna, dove il tasso di disoccupazione è ancora più alto dell’Italia, sopra il 15%, è ancora grave. Il governo spagnolo ha un deficit del 3%, mentre quello greco ha un avanzo di bilancio modesto. Se a quei paesi si aggiungono gli altri più deboli dell’Eurozona (Cipro, Irlanda, Portogallo e Slovenia): questa è l’immagine che ne esce:

Berlino e Madrid sono stati i motori degli investimenti e dei prestiti. Quanto all’Italia, paga il non essere riuscita a salire sul treno del boom economico pre crisi e il non aver mai lasciato espandere abbastanza il deficit di bilancio durante il crac. Complice il debito pubblico montante e le disfunzionalità ben note della terza potenza economica dell’area euro, negli ultimi anni il governo ha attuato una politica fiscale restrittiva controproducente, anche quando l’economia non dava segni di vita.

Quello che si è capito con l’ultima grave crisi è che anziché integrare fiscalmente paesi con strutture, economie e risorse differenti tra loro, sarebbe meglio creare una sorta di federazione fiscale. Come negli Stati Uniti, dove ogni Stato è libero di attuare le proprie politiche fiscali, così anche nell’Europa unita i governi nazioni con il maggiore spazio di manovra fiscale potrebbero sfruttare deficit più ampi e trasferire le risorse ai paesi con i più alti livelli di disoccupazione.

Federare la politica fiscale in Eurozona, non integrarla

In questo modo, spiega sempre Klein, Germania e Paesi Bassi potrebbero sfruttare deficit a doppia cifra e pagare per le spese extra e l’abbassamento delle tasse altrove, come in Italia. Se viene fatto bene, questo procedimento consentirebbe di sistemare la posizione fiscale aggregata del blocco. Il problema sarebbe fare accettare politicamente a tedeschi e olandesi un simile approccio.

Ma in fondo l’idea di un’Europa unita è nata – non solo per contrastare le altre grandi potenze mondiali – ma anche in nome delle pace e di una maggiore solidarietà fra i popoli. In alternativa, se questo piano non funzionasse, si potrebbe stabilire una politica fiscale comune ma emettere eurobond in base alle necessità dei singoli. La Bce potrebbe esplicitamente farsi da garante di tutte le obbligazioni collocate sul mercato. La banca centrale potrebbe anche emettere i suoi bond per sterilizzare qualsiasi eccesso di acquisto di debito governativo nazionale.

Il problema sarebbe quello di rispettare l’Articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue, che vieta espressamente trattamenti di favore da parte della Bce per i governi, così come l’acquisto diretto di titoli di Stato dei singoli paesi. Inoltre “con il piano proposto dal Financial Times i governi sarebbero troppo dipendenti dai “capricci” e dalla volontà della leadership della Bce”, osserva Klein.

L’approccio migliore per i membri dell’Eurozona sarebbe quello di creare nuove istituzioni sostenute da un ministero condiviso del Tesoro che assumesse alcune delle funzioni principali che oggi come oggi spettano ai singoli governi. Una delle nuove entità potrebbe selezionare e finanziare i progetti di investimento del blocco a 19, l’altra potrebbe garantire i depositi bancari e un’altra potrebbe gestire i sussidi di disoccupazione e le pensioni. Le risorse potrebbero venire dal Tesoro unico, dalla Bce e da una miscela di tasse paneuropee (i soldi dei contribuenti sarebbero spesi bene, nell’interesse comune di prosperare).

Sarebbe un progetto difficile da mettere in pratica, ma appiattire le divergenze per fare vivere nel benessere l’intero blocco, sarebbe in linea con quello che era originariamente era il progetto dell’Europa unita.

 

Hai dimenticato la password?