Euro e BTP sentono fiato sul collo: mercati impreparati

17 maggio 2018, di Daniele Chicca

I mercati non sono preparati a un eventuale nuova crisi dell’area euro, ma sembra proprio quello che sta per avverarsi. Sul valutario, l’euro, messo sotto pressione dalle ultime vicessitudini politiche in Italia e dalla divergenza tra le strategie monetarie nelle due sponde dell’Oceano, sente il fiato sul collo. Ma a sentire la pressione maggiore nei prossimi giorni, secondo gli analisti di BNY Mellon, potrebbero essere i BTP.

Sul mercato obbligazionario secondario, il fatto che il MoVimento 5 Stelle – che sta per salire al governo con la Lega – faccia capire di voler tornare all’impostazione precedente al trattato di Maastricht in ambito di politiche economiche europee (ossia prima dell’introduzione dell’euro e dei vincoli di bilancio), dovrebbe ampliare ulteriormente i differenziali dell’Italia con Germania e Spagna.

Lo Spread con i Bonos spagnoli, in particolare, è da tenere d’occhio. Gli operatori lo considerano infatti un termometro affidabile del “rischio politico” italiano. Ieri il gap sulla scadenza decennale è salito sopra i 66 punti base. Il differenziale con i Bund tedeschi di riferimento si è invece portato a quota 152.

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All’apice della crisi del debito sovrano in area euro del 2011, gli spread tra la prima e la terza economia dell’area euro si sono ampliati fino ai livelli degli Anni 90, quando l’Italia aveva perso quasi un terzo del suo valore esterno. A giudicare dall’andamento di oggi, finché ci saranno gli aiuti della Bce – nella fattispecie il programma di acquisto di Bond – difficilmente torneremo a vedere valori simili.

Allo stesso tempo, osserva Simon Derrick, strategist per BNY Mellon sul mercato valutario, dà l’idea di quanto in là potrebbero spingersi gli Spread in casi di extremis.

Dal luglio del 2015, come sottolineava BNY Mellon in una nota lunedì, i mercati non scontano la possibilità che uno degli Stati membri abbandoni l’area euro. Questo nonostante il fatto che la Grecia ci sia andata molto vicino e nonostante il fatto che “l’euro debba essere considerato più simile a un sistema di tassi di cambio che a una vera moneta unica”, scrive la banca.

L’ampliamento degli spread tra gli Stati membri dell’area euro sta facendo calare il differenziale tra rendimenti tedeschi e statunitensi. Il risultato di questo trend è che gli spread a 2, 5 e 0 anni tra Germania e Usa sono sui livelli più bassi in 30 anni. Alla luce di ciò, “l’euro non sembra essere particolarmente sopravvalutato rispetto al dollaro”.

Nei confronti del dollaro, l’euro è a un soffio dal valore che aveva alla sua nascita (a gennaio 1999) ed è più del 3% sotto il prezzo medio da allora. Detto questo, Derrik fa notare come gli ultimi dati a disposizione sulle posizioni nette assunte dai trader speculativi (non commerciali) nei mercati finanziari, siano sui livelli registrati quando l’euro scambiava intorno a quota 1,45 dollari nel 2011 (vedi grafico).

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In conclusione, se da un lato guardando agli Spread si evince esce l’euro non sembra è esageratamente sopravvalutato rispetto al dollaro, con gli speculatori che non lo stanno attaccando per il momento, dall’altro la situazione potrebbe cambiare in caso di shock politico in Italia.

Il contesto attuale “ci dice che i mercati non sono particolarmente preparati a un calo dell’euro, scrive lo strategist nell’ultimo report quotidiano della banca, citando il fatto che le valutazioni “benevole” sono ancora evidenti nell’andamento della volatilità implicita a sei e 12 mesi, così come il fatto che il rischio di un’inversione di rotta sia vicino ai livelli “più neutrali” visti nella storia dell’euro.

Va inoltre ricordato – conclude Derrick – che negli ultimi 20 anni l’Euro ha vissuto ben cinque periodi distinti in cui ha subito cali annuali del 15% o più“.

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