Elezioni, Btp: la calma prima della tempesta?

13 marzo 2018, di Mariangela Tessa

Nello stesso momento in cui le condizioni economiche favorevoli, in Europa così come negli Stati Uniti, potrebbero venire meno, l’Italia rischia un innalzamento delle tensioni sui mercati. Mentre gli ultimi dati sul PIL di Giappone, Eurozona e Stati Uniti suggeriscono che la crescita sta rallentando quest’anno dopo aver toccato probabilmente il suo apice a metà 2017, la terza economia dell’area euro deve fare i conti con la consueta incertezza politica.

I mercati ormai vi sono abituati, ma una volta che la Bce abbandonerà i suoi piani di stimolo monetario straordinari, i tassi di interesse dei titoli di Stato e lo spread con la Germania potrebbero tornare a salire. Come evidenzia Filippo Diodovich, market strategist di IG, anche se i mercati non hanno reagito minimamente al risultato elettorale, questo non vuol dire che tutti i timori siano svaniti, tutt’altro. “Le paure non si sono dissolte“, secondo l’analista.

“Scampato pericolo? Pur essendosi realizzato uno degli scenari che i mercati finanziari più temevano, le quotazioni di borsa e lo spread di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi hanno avuto solo una breve e limitata reazione negativa. Secondo alcuni, la politica può dunque procedere con calma, senza preoccuparsi eccessivamente. A nostro avviso si tratta di una conclusione sbagliata”. Così Lorenzo Codogno, economista LSE, in un articolo pubblicato oggi sul Sole 24 Ore in cui spiega che:

“Al momento, i mercati finanziari sembrano come anestetizzati dall’enorme flusso di liquidità immesso dalla Bce e temono che nel breve periodo la banca centrale possa operare direttamente sul mercato per contrastare eventuali vendite. Ciò non toglie che la condizione di fondo dell’Italia è di estrema fragilità, malgrado le riforme fatte in questi anni e il ritorno alla crescita”.

Sul tema della crescita basta guardare all’indice delle sorprese economiche a cura di Citigroup (vedi grafico sotto riportato) per rendersi conto che in area euro una crescita sostenibile non è realizzabile senza una serie di riforme strutturali significative. Riforme che potrebbero tardare ad arrivare se l’Italia continuerà a non avere un governo, compromettendo la fiducia di mercati ed investitori nel paese.

Come spiega Codogno

“Se il nuovo governo decidesse di sperperare l’attuale piccolo avanzo primario, l’Italia si ritroverebbe in una situazione analoga a quella del 1992 per quanto riguarda i flussi, ma con uno stock di debito più elevato, una crescita della produttività più debole e un sistema finanziario probabilmente più fragile (…)La credibilità dell’Italia si basa su un’azione politica responsabile, capace di prestare un’attenzione costante all’equilibrio di bilancio e, al tempo stesso, di attuare riforme per la crescita” dice l’economista specificando che:  “Stando ai proclami elettorali, oggi questa condizione non sembra più essere presente. Il che potrebbe portare a un cambio di giudizio circa la sostenibilità del debito da parte dei mercati finanziari”

Nel frattempo, come mette in evidenza Vito Lops, giornalista del Sole 24 Ore, a partire dal 30 settembre, data presunta a partire dalla quale la Banca centrale europea interromperà con ogni probabilità gli acquisti di titoli di Stato dell’Eurozona, italiani compresi (attualmente ne detiene 363 miliardi, ovvero il 16% del debito pubblico) “non è poi così lontano ed è una data importante per tutti gli investitori, comprese le famiglie italiane”.

In caso di nuova crisi del debito sovrano italiano, anche se prevedibilmente minore a quella del 2011-2012, queste sono le banche italiane ed europee che sarebbero a maggior rischio per via della loro esposizione ai Btp: Dexia e UniCredit. Le banche italiane a gennaio 2018 avevano un’esposizione nei confronti del debito governativo italiano pari a 626,8 miliardi di euro, secondo quanto riferito in un report da Eric Dor, direttore degli Studi Economici alla Scuola di Management francese IESEG.

Ecco allora che si complicano ulteriormente le cose:

“L’altra faccia del debito pubblico elevato dell’Italia è l’elevato credito privato (il debito di qualcuno, in questo caso lo Stato, è sempre il credito di qualcun altro, in questo caso famiglie, banche, assicurazioni, ecc.). Se parliamo di famiglie questo credito privato è piuttosto elevato. Stando alle ultime tabelle statistiche di Bankitalia (relative al terzo trimestre del 2017) le famiglie italiane hanno in pancia 120,5 miliardi di titoli di Stato a medio lungo termine (BTp in sostanza) a cui sommare 1,6 miliardi di titoli di Stato a tasso variabile (CcT). Questi 122,1 miliardi (erano 121,7 a inizio 2017 ) rappresentano il 5,5% dell’attuale ammontare del debito pubblico (2.256 miliardi) oppure il 6,3% del controvalore dei titoli di Stato in circolazione (1.927 miliardi).

La Bce non abbandonerà sul mercato i titoli fin qui acquistati. Tuttavia è evidente che offrirà un bel taglio in termini di nuovi acquisti. Si tratta di una prima mossa verso la strada delle politica restrittiva.

E L’Eurozona (e quindi la Bce) non sembra avere al momento la forza degli Stati Uniti (e quindi della ) che stanno facendo sul serio nel percorso di uscita dalle politiche espansive. (…) Se invece la Bce portasse domani, per ipotesi, il costo del denaro da 0 all’1,5% (come gli Usa) l’Eurozona potrebbe reggere meno bene l’onda d’urto di questa stretta.

Per Lops “se per la stessa ipotesi i tassi dei BTp salissero di 150 punti base per i possessori (che non intendano portarli a scadenza) ci sarebbe una perdita shock (…) Un eventuale aumento dei tassi di 100 punti base farebbe evaporare quanto in genere si guadagna in circa cinque anni”.

 

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