Economista M5S: salari più alti e mercato del lavoro meno flessibile

12 marzo 2018, di Daniele Chicca

Il piano del possibile futuro ministro del Lavoro targato MoVimento 5 Stelle per il mercato occupazionale in Italia punta non solo a un reddito minimo condizionato, ma anche a un aumento dei salari, a un piano di investimenti e a un sistema in stile scandinavo di flexy-security che preveda una minore flessibilità in uscita. Tutte queste misure che saranno finanziate grazie a un miglioramento del rapporto tra Pil reale e potenziale, il cosiddetto output gap. È una misura rilevante perché è con questa che la Commissione europea determina i margini di manovra fiscale dei governi degli Stati membri.

L’escamotage studiato da Tridico per aumentare il Pil potenziale, che si può definire come il tasso di crescita dell’economia tale da determinare il pieno impiego delle risorse produttive senza provocare pressioni inflative, è quello di incrementare il tasso di partecipazione alla forza lavoro, tornando ad attirare i cosiddetti “scoraggiati” verso il mercato del lavoro. “Alla base del nostro declino economico non ci sono solo le politiche di austerità ma anche la precarizzazione del posto di lavoro“, scrive in un post il professore Pasquale Tridico.

“Se il lavoro flessibile costa poco, l’impresa rinuncerà agli investimenti ad alto contenuto di capitale, all’innovazione e alla formazione di lavoratori qualificati con più alti salari. Avremo sotto-mansionamento e fughe di cervelli“. Per questo, secondo il docente dell’Università Roma Tre, c’è bisogno di “ridurre l’orario di lavoro a parità di salario” e incrementare gli investimenti pubblici.

L’esperto del mercato del lavoro ritiene che serva invertire la tendenza avviata con il pacchetto Treu del 1997 e proseguita ininterrottamente fino al Jobs Act e alla riforma Poletti sui contratti a termine. Sulla controversa proposta di introduzione di un reddito di cittadinanza, che equivarrebbe più a una sorta di sussidio di disoccupazione che a un vero e proprio reddito universale di base (Universal basic income), secondo i suoi calcoli “costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro“.

Stando ai calcoli di Tridico, l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego farebbe salire il tasso di partecipazione al lavoro e questo aumenterebbe le stime del Pil potenziale dell’Italia. In questo modo, sempre secondo l’economista, la Penisola potrebbe funzionare la misura facendo maggiore deficit, senza però violare le regole europee a partire da quella che impone di limitare il rapporto tra deficit e Pil al 3 per cento.

“In sintesi il meccanismo è questo: grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi‘ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat“.

Per sradicare povertà, salario minimo e investimenti al Sud

A quel punto se dovesse aumentare il Pil potenziale, il governo potrebbe anche mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, “spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi”. “Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza”.

Quanto al capitolo investimenti, secondo Tridico occorre destinare aumento il 34% del totale al Sud, che ha la necessità più impellente di “uscire dal sottosviluppo e dal sotto-investimento a cui lo hanno condannato le politiche economiche degli ultimi decenni e l’assenza di una strategia industriale e di sviluppo. Considerando che la popolazione del Sud Italia è anche superiore al 34% del totale della popolazione, la clausola del 34% non sarebbe un favore al Meridione, ma il giusto compromesso per farlo tornare a crescere”.

Serve inoltre istituire una Banca pubblica di investimento con tassi agevolati per il credito a micro, piccole e medie imprese e un siglare un patto di produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese al fine di rilanciare salari, produttività e investimenti. Infine va introdotto un salario minimo orario, che avrebbe “il compito di salvaguardare quelle categorie di lavoratori non coperte da contrattazione nazionale collettiva. L’obiettivo è di sradicare sfruttamento e precarietà, che negli ultimi anni sono cresciuti enormemente, e dare anche un impulso alla domanda interna”.

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