ECCO CHI CORRE
A WALL STREET COL DOLLARO DEBOLE

5 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Wall Street quest’anno è stata la sorpresa per molti investitori esteri, che si sono pentiti per esserne stati alla larga. Di fronte a guadagni del 12-14% – rispettivamente dell’indice S&P500 e del Dow Jones, dall’inizio di gennaio a fine novembre – il dubbio è se conviene saltare adesso in groppa al Toro sperando che continui a correre nel 2007.

Una delle maggiori incognite è l’andamento del dollaro: per un risparmiatore europeo i guadagni 2006 sulla Borsa americana sono stati infatti già ridotti dalla svalutazione di circa il 10% del biglietto verde rispetto all’euro (se non erano protetti con qualche forma di copertura dal rischio cambio). Dovesse continuare ancora il declino della moneta Usa, la piazza americana diventerebbe ancora meno appetibile nel suo insieme.

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Ad eccezione però dei settori e titoli che potrebbero guadagnare parecchio proprio con il calo del dollaro. Lo sostengono diversi analisti e gestori, come Jason Trennert di Strategas research partners : «Visto che oltre il 30% dei profitti delle società dell’indice S&P500 viene dal fatturato estero, il declino del dollaro dovrebbe essere una manna per gli utili di tutte le imprese americane e in particolare per quelle tecnologiche, che sono più attive sul mercato globale.

Il settore hi-tech dovrebbe andar bene sia nel breve sia nel lungo termine, grazie al fattore stagionale, aumento vendite a fine-inizio anno, e alla crescita della domanda domestica per investimenti in hardware e software, oltre che per l’indebolimento del dollaro. Molte aziende high-tech inoltre hanno una larga quota di liquidità in bilancio (in media il 30%), il che le rende appetibili target di acquisizioni. All’interno del settore, particolarmente promettente sembra il business del software».

Il dollaro debole fa bene ai bilanci non solo per il gioco del cambio (i profitti realizzati all’estero valgono di più quando tradotti in valuta locale), ma perché rende i prodotti americani più competitivi in Europa ed Asia, sottolinea David Bianco , strategist azionario a New York per Ubs . Pur avvertendo che i valori fondamentali di ogni azienda restano più importanti dell’andamento valutario, Bianco raccomanda ai suoi clienti 16 titoli che sono potenziali vincitori in uno scenario di dollaro in discesa, grazie alla loro forte presenza globale: la catena di fast-food McDonald’s e il brand di abbigliamento sportivo Nike , nei settori dei consumi discrezionali; i produttori di beni di largo consumo Colgate Palmolive , Coca-Cola e Procter & Gamble ; Wyeth , Johnson & Johnson , Thermo Fisher Scientific nel business della salute; gli industriali Pall , 3M e Caterpillar ; i tecnologici Texas instruments , Hewlett-Packard e Sun microsystems ; il colosso chimico DuPont e il produttore di gas Praxair.

Colgate Palmolive, Texas instruments, e soprattutto DuPont e P&G sono nella lista «della spesa» anche dell’ex gestore di hedge fund Jim Cramer , ora analista e star della tv finanziaria Cnbc. Che segnala come interessanti, sempre per la loro forte esposizione estera, anche i tecnologici Ibm , Intel e Qualcomm , le compagnie petrolifere Chevron ed ExxonMobil , il gruppo chimico Dow Chemical , la compagnia assicurativa Aflac.

Ma i preferiti di Cramer sono il costruttore di infrastrutture (per esempio per l’industria mineraria e petrolifera) Halliburton e Altria , gruppo che va dall’alimentare alle sigarette e che potrebbe aumentare il proprio valore con uno «spezzatino» dei propri business.
L’altra faccia della medaglia di un dollaro debole, anche per un investitore americano, è l’aumento dei rischi di inflazione, visto che le merci importate costano più care.

Per combattere l’inflazione la banca centrale Usa può essere costretta a tenere alti i tassi o addirittura ad alzarli ulteriormente, una politica che non favorirà la Borsa. «Ma sono convinto che l’inflazione non possa decollare senza il rincaro del costo del lavoro che, al contrario, nell’ultimo anno ha continuato a scendere in termini reali» fa notare Trennert.

Tranquillo sembra anche Sam Stovall , capo delle strategie di investimento di Standard & Poor’s : «Nel terzo trimestre l’economia Usa è cresciuta più del previsto, 2,2% contro le stime iniziali dell’1,6%, senza però accendere l’inflazione, scesa anzi al 2,2%. Questo dovrebbe escludere nuovi rialzi dei tassi Fed e dare spazio a ulteriori rivalutazioni della Borsa americana».

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