E’ INELUTTABILE UNA CADUTA ROVINOSA DEL DOLLARO?

27 novembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Da una parte c’è l’economia dell’Asia, trainata dalla grande corsa cinese, che non accenna a rallentare. Dall’altra l’economia americana, con il consiglio direttivo della banca centrale che prevede un anno almeno di rallentamento e si appresta a tagliare ripetutamente i suoi tassi d’interesse, anche e forse specialmente perché dal settore finanziario vengono annunci ogni giorno più disastrosi e da quello immobiliare notizie di una crisi sempre più profonda. In mezzo c’è l’economia europea, che mostra tassi di crescita ancora ragionevoli e prezzi che si risvegliano. Ci sono i produttori di petrolio e di materie prime, che vedono salire fino a livelli impensabili i prezzi di quel che vendono, ci sono i paesi emergenti, gratificati da investimenti esteri elevati, esportazioni effervescenti, riserve di valute finalmente elevate, cambi in forte ascesa.

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Su tutti si stende l’immensa coltre della speculazione finanziaria internazionale, alimentata dalle prospettive ancora di forte aumento della liquidità che proviene dalle banche centrali americana, giapponese e inglese e dalla fame di guadagni elevati della grande massa dei gestori istituzionali di risparmio, che si contendono i clienti a suon di risultati e non possono accettare riduzioni dei medesimi o, Dio non voglia, perdite.

Almeno per sei mesi, quindi, ma forse per un anno intero, il quadro internazionale fornisce certezze, amate dagli operatori finanziari perché permettono scommesse in una sola direzione, prive quasi di rischio (anche se a condizioni di guadagno decrescenti). L’economia americana continuerà a rallentare, quella asiatica a crescere, le maggiori istituzioni finanziarie del mondo sviluppato riveleranno altri scheletri finora nascosti nei loro armadi e magari qualcuna di loro andrà in crisi aperta, di liquidità o addirittura di insolvenza.

Come ci si può aspettare che le autorità monetarie degli Stati Uniti possano passare ad una politica meno espansiva? Il forte rallentamento dell’economia rende improbabile un acuirsi dell’inflazione, e quindi l’alibi per una stretta viene meno. C’è bisogno del contrario, anche perché è prevedibile che le banche private in crisi creino meno liquidità. Ciò significa che il dollaro continuerà a scendere e l’euro a salire.

Se questa cura dura un anno l’euro si troverà spinto, veramente suo malgrado, nella posizione di principale moneta di riserva. Il dollaro, naturalmente, non scomparirà dalle riserve delle banche centrali. Perderà il ruolo di protagonista e se ciò avverrà troppo rapidamente c’è la possibilità che gli scambi di materie prime comincino ad essere denominati in euro, o perlomeno in un paniere di monete, e che paesi come la Cina e l’India comincino a fatturare le proprie esportazioni in euro o nella moneta nazionale. Spesso si parla dei grandi vantaggi che sono derivati agli Stati Uniti, in cinquant’anni, dall’emettere la valuta di riserva mondiale. Esaminiamo brevemente quelli ritenuti principali. Emettere una valuta che nessuno converte in un’altra è molto vantaggioso se si desidera spendere all’estero sempre più di quanto all’estero si guadagna. Se si vogliono comprare manifatture e servizi prodotti all’estero, imprese e beni patrimoniali stranieri, costruire e gestire costose basi militari in terra straniera, addirittura condurre campagne militari.

Ma i paesi dell’euro vogliono avere questi vantaggi? Vogliono crearsi un deficit estero strutturale e mantenerlo nel tempo, finanziandolo con emissioni di carta finanziaria e di titoli privati e pubblici? Uno sguardo alle principali economie della zona euro mostra come la Spagna dall’enorme deficit estero e potenzialmente la Francia sarebbero forse liete di mettersi in quella condizione, di assorbire importazioni pagandole con carta finanziaria, come fanno gli Stati Uniti. Ma già l’Italia non potrebbe farlo senza traumi. Essa ha ancora il secondo sistema manifatturiero dell’area dell’euro per quanto riguarda il numero degli addetti, lo ha visto declinare nell’ultimo decennio senza riuscire a creare alternative valide per assorbire la manodopera rigettata dall’industria e la prospettiva di una ulteriore, rapida deindustrializzazione è in grado di terrorizzare qualsiasi componente della dirigenza politica ed economica italiana, a eccezione forse di uno sparuto gruppo di economisti liberisti, che già si è assottigliato e che diviene più piccolo a ogni rialzo dell’euro.

Il caso della Germania è in fondo simile a quello italiano, anche se la capacità di resistenza tedesca a un euro strutturalmente fortissimo è maggiore. Questo perché la Germania, nell’ultimo decennio, ha portato verso una specializzazione tecnologicamente più elevata la propria industria e creato un settore di servizi anch’esso tecnologicamente sofisticato e complementare all’industria, mettendo in mare una flotta di navi container che rappresenta ora il 40% del totale mondiale, inserendolo in un poderoso sistema logistico che è anch’esso divenuto il primo del mondo, riformando il sistema educativo per premiare l’eccellenza e attrarre i migliori studenti stranieri, collegando università e industria mediante una rete di laboratori di ricerca applicata, potenziando l’industria del cinema e della televisione, consolidando il proprio primato mondiale nel settore editoriale.

Così i tedeschi possono far fronte più a lungo a un ulteriore graduale declino del dollaro. Ma anche loro temono fortemente un crollo rapido e profondo della moneta americana. Il paese attraversa infatti una fase politica assai delicata e un trauma occupazionale improvviso e grave potrebbe suggerire esiti politici assai sgradevoli e poco somiglianti alle esperienze postbelliche, specialmente per l’arretratezza politica in cui sono rimasti, malgrado gli enormi investimenti infrastrutturali fatti dopo la riunificazione, i laender orientali, elettoralmente assai importanti. Nel nostro paese, invece, l’esito politico di un crollo del dollaro sarebbe probabilmente di tipo sudamericano (e ne abbiamo avuto un assaggio dal 2001 al 2005). Esiti di questo tipo, in paesi come la Germania e l’Italia metterebbero a dura prova la tenuta dell’Unione monetaria e forse anche della Unione europea. Né sono da escludere innovazioni politiche sgradevoli in Spagna e Francia.

Ma è veramente ineluttabile una caduta improvvisa e rovinosa del dollaro? E’ innegabile che la corsa dell’euro nei confronti della valuta americana si verifica perché l’euro è l’unica moneta, oltre il dollaro, libera di trovare il proprio prezzo sui mercati mentre Yen e Yuan e tutte le altre monete asiatiche sono severamente controllate dalle autorità nazionali, che ne restringono la fluttuazione verso l’alto. Ma è anche vero che la Bce ha tenuto finora un atteggiamento di assoluta intransigenza nei confronti del proprio obiettivo di inflazione. Basterebbe che il signor Trichet dichiarasse di essere molto preoccupato per gli effetti della corsa dell’euro sull’economia reale dei paesi dell’Unione monetaria, per vedere il cambio della nostra moneta ridimensionarsi velocemente.

Sono convinto che, malgrado le orgogliose dichiarazioni del signor Steinbruck sui vantaggi dell’euro forte per l’economia tedesca, le forze politiche del suo paese si stiano rapidamente convincendo che è arrivata l’ora di dare un messaggio forte, anche se discreto, a Trichet. Quanto agli altri paesi dell’euro, le loro autorità politiche e gli esponenti del mondo della produzione tale messaggio lo stanno mandando a Francoforte e a Bruxelles da un bel po’. Dopo la fine degli scioperi in Francia e Germania e dopo che sarà tornato dal suo viaggio in Cina senza molto di più che dichiarazioni di buona volontà e qualche frazione di punto di rivalutazione dello Yuan nei confronti del dollaro, Trichet farà la sua dichiarazione, magari aspettando fino all’11 dicembre, quando si riunisce il consiglio della Bce. Speriamo che, nel frattempo, il sistema finanziario internazionale regga e non ci esponga a qualche orribile shock.

Anche in questa disputa, tuttavia, la Germania ha più da perdere degli altri paesi europei. Essa è riuscita, come solo il Giappone è riuscito a fare, a crearsi un ruolo di primario fornitore di beni complessi di investimento per l’industria cinese, una complementarità alla corsa economica cinese che ora le crea delle difficoltà nel fare la voce grossa con le autorità di quel paese. E’ affascinante sentire le dichiarazioni dei membri della troika europea che si reca ora in Cina: Trichet severo e preoccupato; Mandelson, che viene da un paese tradizionalmente avversario della Cina, che gli ha ripreso Hong Kong e può strozzarla quando vuole, (o trasformarla in una piazza finanziaria che competa con Londra) e che ha da tempo abdicato al ruolo di fornitore di beni di investimento, apertamente accusatore nei confronti della politica valutaria cinese. Juncker, infine, lussemburghese che rappresenta i tedeschi, pieno di rispetto e considerazione per i suoi interlocutori e nemico delle soluzioni drammatiche.

Eppure i cinesi dovrebbero avere interesse ad una rivalutazione della loro moneta, visto che, importando materie prime e petrolio in quantità enormi, lo pagherebbero di meno con uno Yuan più forte. E anche che in tal modo riuscirebbero in buona misura a temperare una inflazione che, spronata dagli Yuan creati comprando dollari dagli esportatori cinesi, mascherata da statistiche assai difettose, corre in realtà assai velocemente e causa un pericoloso disagio sociale colpendo gli strati più poveri e più numerosi della popolazione di quell’immenso paese. Ricordiamo che la Cina ha potuto mantenere un regime autoritario senza imbarazzanti traumi interni solo perché ha assicurato un rapidissimo sviluppo e un po’ di benessere anche agli ultimi tra i suoi cittadini.

Non sarebbe dunque fuori luogo immaginare che anche dalla Cina venisse un contributo alla riduzione della pressione sul dollaro. Ricordiamo però che Cina e Giappone hanno nell’ultimo anno pilotato sia la rivalutazione delle loro monete verso il dollaro che la svalutazione delle stesse sull’euro, malgrado il grande surplus commerciale che vanno accumulando con l’Europa. E’ un segno chiaro delle difficoltà in cui si dibattono le dirigenze politiche dei due maggiori paesi dell’Asia. I cinesi non vogliono ammazzare l’oca dalle uova d’oro dello sviluppo col cambio basso e i giapponesi, pur con saggio di interesse zero, non riescono a indurre nel loro paese una fine definitiva alla deflazione dei prezzi industriali che lo affligge dai primi anni novanta. I cinesi sanno inoltre che una forte rivalutazione indurrebbe non la riduzione della crescita, ma una vera e propria endemica riduzione dei prezzi industriali di tipo giapponese anche nel loro paese, un crollo dell’ occupazione e la prima vera crisi del loro modello politico ed economico.

Dobbiamo quindi, in conclusione, ridurci alla soluzione unilaterale europea, per quello che vale. L’euro a 1,50 sta, lo abbiamo già detto, facendo velocemente cambiare opinione anche ai tedeschi. Tale cambiamento però può essere accelerato o frenato dal petrolio a 100 dollari. E’ vero infatti che l’euro forte neutralizza in parte l’impatto del caro petrolio sull’economia europea. Il 40% di aumento in dieci mesi che gli europei hanno subito è assai meno del 58% di rincaro che hanno sopportato gli americani.

Euro forte e petrolio alle stelle: sono la ricetta sicura per portare anche l’ Europa rapidamente alla recessione o si elidono a vicenda? Io credo nella prima conseguenza di questo incrocio fatale, ma parecchi tedeschi credono ancora nella seconda e potrebbero frenare una politica espansiva della BCE. Sarebbe notevole, da parte di un paese che ha sempre rifiutato il ruolo di valuta di riserva per la propria moneta, convertirsi ai suoi presunti vantaggi proprio ora che la sua situazione politica interna è tutt’altro che equilibrata.

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